Spagna: quando i bambini venivano venduti in nome di Dio

Spagna: quando i bambini venivano venduti in nome di Dio

(Spagna) Articolo scritto da Amelia Settele per Persone e Storie

Spagna, quando i bambini venivano venduti in nome di Dio. La storia del “commercio” segreto dei neonati che ha coinvolto Suore e Personale Sanitario nel Paese Spagnolo.

SI SOSPECHAS QUE PUEDES HABER SIDO VÍCTIMA DEL ROBO DE RECIÉN NACIDOS CONTACTA CON NOSOTROS. Por cualquier mínima sospecha que tengas, ya sea como padres que perdieron a su bebé, o hijos que ha sido dados en adopción, puedes ser víctima del robo de recién nacidos que ha tenido lugar en toda España.

SE SOSPETTI DI ESSERE STATO VITTIMA DI UN FURTO NEONATALE, CONTATTACI. Per ogni minimo sospetto che hai, sia come genitori che hanno perso il loro bambino, o bambini che sono stati dati in adozione, puoi essere vittima del furto di neonati che ha avuto luogo in tutta la Spagna.

Spagna. Non lascia spazio a dubbi l’annuncio che accoglie il visitatore sulla pagina ufficiale del sito: sosbebesrobadosmadrid.com – finestra digitale gestita dall’Associazione omonima (SOS bambini rubati Madrid), senza scopo di lucro, fondata come luogo d’incontro e di ricerca tra persone che hanno avuto problemi inerenti a decessi neonatali dubbi e adozioni irregolari avvenuti negli ospedali e in alcune cliniche Spagnole, a partire dal periodo Franchista fino agli anni ‘90.

Ho citato solo una tra le associazioni più famose che continuano a cercare la verità, ma la lista è lunga come lo è purtroppo il numero degli sfortunati protagonisti di questa vicenda per la quale, ancora oggi, molte persone tentano di rintracciare e abbracciare il proprio figlio, fratello, o genitore da cui è stato forzatamente separato.

A tutti gli effetti questa è una storia che sembrerebbe la trama perfetta di un romanzo dai toni inquietanti e angosciosi. Invece è tutto insopportabilmente vero e ci trascina tra le pieghe profonde e viscose della triste compravendita di neonati avvenuta in Spagna a opera di una rete corrotta e ben consolidata tra Suore, Medici specialisti e personale infermieristico. Una vera e propria organizzazione in grado di guadagnare cifre da capogiro attraverso il rapimento e la vendita di neonati.

Secondo una stima approssimativa circa 300.000 bambini appena venuti al mondo, sono stati strappati in modo subdolo e meschino dalle braccia delle proprie madri, per essere donati – solo successivamente, il lucro divenne parte integrante di questo ignobile mercato- a famiglie ritenute idonee, consenzienti ed elargenti.

Spagna. Ma come e soprattutto perché, nasce questo vergognoso traffico di esseri umani?

Spagna. Tutto ha inizio durante la Dittatura Militare Franchista (1939-1975) instaurata dal Generale Francisco Franco (Ferrol, 4 Dicembre 1892 – Madrid, 20 Novembre 1975) che guidò la Spagna sotto un regime dittatoriale di stampo fascista che prese il nome di Franchismo.

Il Generale Franco diede al suo governo un modello: autoritario, tradizionalista e clericale. Ripristinò anche la Monarchia, per la quale si autoproclamò:

Reggente – per reggenza s’intende la sovranità esercitata da una persona diversa dal Monarca – e Caudillo – parola spagnola il cui significato è: Capo Militare che assume poteri assoluti. Termine divenuto nel tempo oltre che sinonimo del Generale Franco anche appellativo conforme a Fuhrer e Duce conducendo il Paese in una spirale di terrore e totalitarismo.

Ad avviare la tratta di neonati fu proprio il Generale Franco che autorizzò un tale abominio, sfruttandolo come vera e propria forma di repressione politica.

Subivano infatti questa crudeltà solo le madri sospettate di avere ideologie Comuniste, Anarchiche, Repubblicane o comunque lontane da quelle del regime. Anche le donne la cui appartenenza a nuclei familiari considerati “oppositori” al Generale, venivano colpite in questo modo bieco e disumano. 

Il neonato sottratto veniva affidato a genitori “idonei” a crescerlo, essendo conformi e fedeli al regime Franchista, sotto tutti i suoi aspetti: politico, sociale e religioso.

Il Dittatore era anche supportato dalla “Tesi del Morbo Rosso” formulata e divulgata da uno dei suoi consiglieri più fidati, lo psichiatra Antonio Vallejo-Najera (1889-1960).

Lo psichiatra, dopo aver soggiornato in Germania, entrando in contatto con ambienti dove già si discuteva di pulizia etnica e di superiorità tra le razze, aveva pensato bene di formulare la bislacca teoria “del Morbo Rosso” nella quale farneticava di valenze scientifiche che comprovavano una trasmissione di virus, come di una malformazione cerebrale, che colpiva solo e soltanto le persone dissidenti e/o Comuniste (Los Rojos – I Rossi).

Un virus per cui non esistevano cure e da cui se si veniva contagiati, non si poteva guarire. Un morbo da cui i bambini dovevano essere allontanati e protetti per evitare il “contagio della Ribellione”.

Il 17 Ottobre 1941 il Dittatore Franco modifica la legge sulle adozioni: i figli dei dissidenti incarcerati devono essere trasferiti negli orfanotrofi gestiti dalla Chiesa, dove viene accertata la loro “adottabilità” per le famiglie dichiaratamente conformi al regime, ovvero: cattoliche praticanti, eterosessuali e politicamente fedeli al sistema.

Ha così inizio il coinvolgimento della Chiesa in questa pagina nera della storia spagnola.

L’organizzazione funziona bene e la collaborazione tra alcuni organi di Stato e le strutture religiose ospitanti, continua anche dopo la caduta del Regime Dittatoriale avvenuta nel 1975. Quella che era nata come una mostruosa e terrificante macchina di propaganda franchista, si trasforma in un vero e proprio affare sempre più redditizio.

Spagna. Perché donarli, quando si possono vendere e guadagnarci?

Spagna. Avendo la possibilità di lavorare sia negli Ospedali che negli Orfanotrofi, le Suore acquisiscono un ruolo di assoluta rilevanza all’interno del sistema vizioso in quanto ricoprono incarichi di notevole spicco in quest’ingranaggio diabolico, che le vede in grado sia di riuscire a falsificare i certificati di nascita e morte dei bambini rapiti, sia di ottenere la fiducia delle vittime più facili da irretire per avere neonati da vendere.

Le ragazze madri per esempio, rappresentano l’offerta migliore in quanto nella maggior parte dei casi sono fortemente indigenti e (spesso) profondamente credenti. Un connubio perfetto verso il quale porgere una mano nel momento più delicato.

Molte volte le giovani non hanno un’istruzione adeguata e sono completamente sole; le famiglie le allontanano per la vergogna di vederle generare un figlio fuori dal matrimonio. Ma anche quando accanto alla donna incinta non manca una figura maschile pronta a diventare padre, è sempre la bassa estrazione sociale a spingere le religiose a selezionarli per il proprio abominevole scopo.

È come se la penuria li rendesse prede più facili da colpire e gestire. Altresì i Medici specialisti sono coloro che spesso attirano alcune tipologie di coppie – soprattutto quelle dichiarate sterili- ad avvalersi del loro aiuto per poter avere un bambino da crescere e amare (ovviamente dopo aver elargito un lauto compenso).

La rete d’illusione e bugie – creata e supportata da medici e figure religiose corrotte e senza scrupoli- riescono a convincere le partorienti prescelte a recarsi nei centri ospedalieri da loro gestiti, dove poi poter sottrarre il bambino appena nato in tutta tranquillità, semmai fingendo un travaglio iniziato bene ma finito in tragedia per rivenderlo subito dopo alla coppia pagante che rimaneva in attesa di avere il piccolo tra le proprie braccia. 

Molte volte le partorienti venivano sedate per impedire loro di avere ricordi utili da sfruttare per comprendere cosa fosse accaduto realmente negli attimi concitati successivi alla nascita del figlio.

Subito dopo si dava alla giovane madre l’infausta notizia, ostentando un certificato di morte completamente falso e mostrato (qualora la partoriente riuscisse ad avere la forza di vederlo) il corpo di un neonato sì deceduto, ma nella realtà non suo.

Durante lo scandalo e le inchieste molte tombe di bambini di cui si sospettava una dichiarazione di morte falsa, vennero fatte riesumare. In molti casi i sepolcri hanno restituito bare vuote, oppure con dei resti umani che non erano del bambino seppellito lì ufficialmente. Addirittura furono rinvenuti mucchi di pietre al posto dei corpi e persino l’arto inferiore di un soggetto adulto!!

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Spagna. Le voci “mute” delle madri dei “ninjos rubados”.

Spagna. Per molto tempo le voci delle madri dei “ninjos robados” (bambini rubati) hanno cercato di farsi sentire. Con forza, caparbietà e lungimiranza queste donne hanno provato a capire cosa fosse davvero successo subito dopo il parto, ma hanno sempre trovato un muro di silenzio e omertà. 

Non dimentichiamo che la Dittatura Franchista anche dopo la sua caduta lasciò impresse dietro di sé per molto tempo, l’eco della paura e del silenzio agevolando di fatto, situazioni abominevoli come questa.

Complice anche la “Ley de Amnistia” (Legge dell’Amnistia) approvata nel 1977, il commercio dei ninjos robados non trova forze giuridiche utili, per riuscire a essere fermato e condannato.

Intanto il tempo passa, altri bambini spariscono dalle culle per essere adagiati tra le braccia di sconosciuti che li hanno comprati.

C’è inoltre da sottolineare che attraverso alcune testimonianze dei genitori adottivi, si è scoperto che di frequente quest’ultimi venivano convinti che il bambino affidato loro, era stato dato in adozione perché la madre era una prostituta o entrambi i genitori erano tossici ed eroinomani; e che la quota versata era da ritenersi una “semplice” donazione. Sotto certi aspetti, sia i genitori adottivi che quelli biologici hanno subìto lo stesso trattamento fondato su falsità e puro profitto.

Di tutta la fitta rete di personaggi angoscianti che popolano questa triste vicenda risaltano tra gli altri, due nomi chiave che si sono fatti strada tra le oscure trame che avvolgono la vendita dei bambini in Spagna, e sono: il medico Eduardo Vela e Suor Maria Gomez Valbuena.

Il dottor Eduardo Vela, medico ed ex ginecologo della Clinica San Ramon di Madrid.

Durante la dittatura franchista diventa miliardario non lavorando solo in campo sanitario, ma facendo affari e fondando società vicinissime al regime.

Il suo nome campeggia tra gli altri perché – ancora oggi – rimane l’unico medico ad essere finito davanti a un Tribunale con l’accusa di sottrazione di minore. Quando nel 1982 partono le prime inchieste, Vela intesta tutto alla moglie che risulta essere milionaria mentre lui diventa nullatenente, autorizzando anche il cambio di nome alle società a lui intestate.

Nel 2010 inconsapevolmente, dichiara a dei giornalisti de ElmundoTV che si sono finti bambini adottati, di aver distrutto gli archivi nei quali venivano conservati i nomi delle madri biologiche e di quelli dei genitori adottivi. Eliminando di fatto, una delle possibilità più concrete per dare volti e abbracci alle vittime di questa tratta. Solo nel 2018, ormai 85enne, è stato accusato da Ines Madrigal – 49enne, dipendente delle ferrovie – di averla strappata dalle braccia della madre biologica, falsificando il suo atto di nascita.

Accuse inoltre supportate dalla testimonianza sconvolgente della madre adottiva della Madrigal, Ines Perez (ormai scomparsa). Quest’ultima dichiarò che: dopo aver scoperto di non poter avere figli naturali seguì il suggerimento del Dott.re Vela, il quale le propose d’inscenare una gravidanza nell’attesa di poter abbracciare un neonato che le avrebbe fornito lui stesso, con tanto di certificazione di nascita adeguata e conforme alla legge.

In sede processuale Vela depose dicendo di non ricordare molto dell’accaduto, visto che i fatti risalirebbero al 1969 e di non riconoscere neppure la sua firma sul certificato di nascita della Madrigal. 

“Non è la mia firma, non ricordo” poche parole che di nuovo spingono prepotentemente la verità verso recessi troppo oscuri da illuminare per rendere giustizia non solo alla storia di Ines Madrigal, ma anche a quella di tutti gli altri bambini passati tra le mani del ginecologo in questione che ha anteposto il suo giuramento, alla cupidigia del vile denaro.

Suor Maria Gomez Valbuena, definita il braccio destro di Vela.

Arrestata nel 2012 e ritenuta un elemento cardine nell’organizzazione che orchestrava i furti dei neonati, non ha mai contribuito alle indagini perché si è costantemente avvalsa della facoltà di non rispondere. Le Figlie della Carità di San Vincenzo Paolo II dichiarano che Suor Maria Valbuena – 87enne e già gravemente malata – muore il 22 Gennaio 2013.

Il certificato di morte della religiosa viene firmato dal Dott.re Enrique Berrocal Valencia, ma arriva in Tribunale con anomalie significative e inspiegabili ritardi. Le irregolarità di stesura e convalida del certificato di morte fanno insospettire molte persone sul reale decesso della Suora.

In finale sarebbe l’ennesimo certificato alterato e falsificato che condurrebbe al suo nome. Nonostante i sospetti e le reali incongruenze sulle certificazioni presentate, il processo contro Suor Maria viene chiuso e archiviato, lasciando però lo spiraglio di una riapertura qualora nuovi indizi conducessero all’acquisizione di prove e di indagati.

Quello che rimane impresso accanto ai nomi del dottor Vela e di Suor Maria è che la compromissione di tutta questa narrazione non macchia solo la sfera religiosa, ma anche quella etica e morale.

Spagna. La storia non si ferma e travalica i confini spagnoli

Spagna. Nel 2011 lo sconvolgente documentario targato BBC conduce la storia a un’altra verità agghiacciante: molti neonati sono stati ceduti a coppie residenti all’estero, portando di fatto la storia ad allargarsi a macchia d’olio, anche fuori dai confini del Paese Spagnolo.

La legge sulle adozioni:
Solo nel 1987 con la Legge sull’adozione viene garantita ai bambini la giusta e doverosa protezione dello Stato e della Pubblica Amministrazione, durante tutto l’iter utile al processo d’adozione. Inoltre nel 1996 una legge che attua una protezione giuridica del minore decreta il diritto del bambino adottato, di poter conoscere i propri genitori biologici. Autorizzando di fatto tutte quelle persone che, nel dubbio, vogliono provare a scoprire se sono stati sottratti alle proprie famiglie biologiche o meno.

Sotto molti aspetti il silenzio continua ad aleggiare su questa storia infame. A tutt’oggi la Conferenza Episcopale Spagnola non rilascia alle autorità preposte le agende personali di Suor Maria, dove sarebbe facilmente possibile ricollegare ai nomi dei genitori biologici e adottivi quella dei bambini rubati, così da poter finalmente districare molta di questa matassa, ponendo fine alla crudeltà dell’opera perpetrata anche in nome di Dio.

Dopo aver narrato il genocidio culturale attuato nelle Residential Schools in Canada (articolo qui), speravo fosse difficile incontrare di nuovo nella narrazione di avvenimenti storici di tale complessità e portata queste figure religiose. Mi sbagliavo…

Tra i sinonimi della parola Madre c’è quello di Mamma, ma anche quello di Sorella – come appellativo evocativo che si premette ai nomi delle Suore.

L’accostamento in questo caso, mette i brividi. Non si può pensare di commettere crimini simili, accostandoli al nome di Dio.


Fonti:

  • The Vision: “La storia segreta di come le suore abbiano nascosto la vendita di migliaia di bambini in Spagna”
  • El Diario Vasco: ”El certificado de defunción de sor María levanta sospechas sobre su muerte”
  • La Stampa: ”Spagna, inchiesta BBC: migliaia di neonati rubati durante il franchismo”
  • Prealpina: ”Spagna, al via primo processo sui “neonati rubati” del franchismo”
  • L’indro: “ Spagna: il business dei bambini rubati”
  • Il Giornale.it: “Il medico che rapiva i bambini, così la Spagna processa i fantasmi del suo regime”
AMELIA SETTELE

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Hijab. In Iran il velo indossato male può uccidere!

(Hijab) Articolo scritto da Cecilia S.D. Rossi per Fatti e Società

Può un velo uccidere? il modo in cui viene indossato evidentemente sì! lo dimostra la notizia della terribile vicenda accaduta a Mahsa Amini, la ventiduenne iraniana che è morta dopo essere stata fermata dalla “Gasht e Ershad” (la “polizia della morale” iraniana) e portata alla stazione di polizia per una “rieducazione” perché il velo che indossava non copriva completamente i suoi capelli.

SOMMARIO

Iran. Martedì 13 settembre 2022.

Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran della “polizia della moralità iraniana” perché indossava il velo in “modo scorretto”.

Hijab. Un fatto di ordinaria follia

Ossia il suo hijab non copriva completamente i capelli.

Fermata dalla polizia iraniana e trattenuta per una “rieducazione” ha lasciato la stazione di polizia dopo alcune ore per essere trasferita all’ospedale di Kasra, dove è morta dopo tre giorni di coma.

“La ragazza ha avuto un infarto”, questa è la versione ufficiale delle forze dell’ordine.

Versione contraddetta dalla famiglia che ha dichiarato che la giovane Mahsa godeva di ottima salute.

Una versione quantomeno controversa anche in virtù di fotografie che sono circolate.

Immagini che ritraggono il corpo e il viso della giovane donna, intubata in un letto di ospedale, chiaramente tumefatti e provati.

Hijab

Da parte del presidente iraniano Ebrahim Raisi è stato ordinato di aprire un’inchiesta per far luce sulla vicenda.

L’intervento di Amnesty International che parla di “arresto arbitrario” e di presunte torture durante la detenzione.

Hijab. L’indignazione

L’indignazione per la terribile storia di Mahsa Amini ha fatto il giro del mondo, a partire da diversi media iraniani indipendenti.

Le persone si sono radunate in segno di solidarietà e come azione di protesta presso l’ospedale Kasra.

Hijab

Il supporto dei mezzi mediatici e dei social hanno permesso la diffusione di quanto stava accadendo e la conferma della massiccia presenza di agenti di sicurezza all’esterno della clinica. 

Il nome di Mahsa è diventato virale sui social network, anche grazie all’intervento di diverse personalità iraniane di rilievo che hanno denunciato quanto accaduto. 

La giovane arrivava dal Kurdistan iraniano ed era giunta a Teheran per far visita ad alcuni parenti.

Un viaggio che avrebbe dovuto essere di piacere ma dove la ragazza a trovato una morte prematura solo perché il suo velo non copriva completamente i capelli.

Hijab. Il codice di abbigliamento in Iran

In rete a tutt’oggi si trovano immagini di militari che trattengono le donne, le costringono con la forza a seguirli e le portano via.

Proteste di donne che vengono soffocate nella violenza, donne che protestano solo per il diritto di scegliere.

Perché di questo si dovrebbe trattare, di poter scegliere se indossare o meno un velo, ma per quelle donne la scelta non è nemmeno contemplata. 

Le leggi sull’hijab a partire dal 1979, a seguito della rivoluzione islamica, obbligano ogni donna mussulmana dall’età di nove anni in poi a indossare il velo in pubblico. 

Leggi che a oltre quarant’anni di distanza non sono mai cambiate.

Siamo di fronte a un profondo passo indietro delle autorità iraniane contro le donne che osano sfidare l’obbligo di indossare il velo. L’annuncio della polizia pone molte donne a rischio di subire condanne ingiuste e ammonisce in modo agghiacciante tutte le altre a stare calme e al loro posto mentre i loro diritti vengono violati”.

Così dichiarava nel 2018 Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord a seguito del comunicato stampa emesso dalla polizia iraniana .

Hijab

Comunicato che informava come decine di donne avrebbero potuto trascorrere fino a dieci anni in carcere per aver partecipato a manifestazioni contro l’obbligo del velo.

L’accusa? incitamento alla corruzione e alla prostituzione!

Hijab. Una chiara violazione dei diritti umani fondamentali

L’hijab che copre il capo è solo uno dei tanti veli utilizzati dalle donne islamiche.

Vengono utilizzati anche il niqab, che copre anche il volto lasciando una fessura per gli occhi e il burqa, che copre anche gli occhi con una rete attraverso la quale la donna vede il mondo esterno. 

Le leggi che in Iran obbligano ogni donna e ogni bambina che abbia superato i nove anni a indossare il velo esistono da oltre quarant’anni nonostante secondo il diritto internazionale la legislazione iraniana costituisca una chiara violazione dei diritti umani fondamentali.

L’obbligo di indossare il velo infatti è una costrizione profondamente discriminatoria nei confronti delle donne e delle ragazze.

Violati i diritti fondamentali

Viola i diritti delle stesse alla libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e di credo religioso.

Oltre a violare il diritto alla riservatezza e, considerando che l’obbligo vige dai nove anni in poi, viola anche alcuni specifici diritti delle bambine.

Hijab

L’obbligo imposto dalle autorità iraniane alle donne e alle ragazze di coprire i propri capelli, esercitato anche attraverso azioni di violenza e umiliazione, nonché con arresto e prigionia, viola profondamente la dignità diventando anche, in termini giuridici, pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

Comportamenti che causando dolore o sofferenza, sia fisica che mentale, costituiscono a tutti gli effetti una tortura.

A tutt’oggi, però, le leggi che obbligano le donne a indossare il velo continuano a intensificarsi e inasprirsi, secondo la Bbc Persian nel nord-est dell’Iran, a Mashhad, è stata emessa un’ordinanza che impedisce alle donne di accedere a uffici e banche come di entrare in metropolitana senza indossare il velo.

Perfino la banca iraniana Mellat impone ai dipendenti un codice di abbigliamento severo vietando di indossare calze e tacchi alti per le donne e vieta ai dirigenti uomini di avere assistenti amministrative di sesso femminile.

Hijab. Per capire l’obbligo del velo

Negli ultimi anni le proteste contro l’obbligo dell’utilizzo dell’hijab si sono moltiplicate, forse anche per una forma di ribellione per quel passo indietro nell’evoluzione fatto tornando a indossare un velo dopo tanti decenni in cui l’obbligo era stato abolito.

Per capire l’imposizione di indossare il velo in Iran bisogna risalire alla rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini.

Nonostante il Corano prescriva realmente l’obbligo di indossare il velo, imponendolo a tutte le donne dei credenti (pertanto alle donne mussulmane, considerando il concetto radicato che i credenti siano solamente mussulmani, n.d.a.):

O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso.

CORANO 33, 59

l’hijab è stato sfruttato più che per una valenza religiosa come uno strumento politico diventando una sorta di arma da brandire in rappresentanza della resistenza contro Mohammad Reza Pahlavi l’ultimo scià di Persia e ultimo monarca della dinastia dei Pahlavi che ha regnato sull’Iran fino al 1979, allo scopo di dichiarare l’opposizione alla modernizzazione e ai modelli imposti dallo scià.

Strumento politico contro lo shah

Già il fondatore della dinastia Reza Shah Pahlavi (padre e predecessore di Mohammad, n.d.a.) riteneva il velo iraniano e i costumi tradizionali maschili un segno di arretratezza e cercò di modernizzare i costumi del popolo iraniano.

L’istituzione religiosa del Paese si oppose con decisione al tentativo di modernizzazione dello scià che però vietò comunque alle donne di indossare il velo.

Decisione che sollevò notevole malcontento tanto che il 12 luglio del 1935 a Mashhad venne consumata una strage per eliminare le persone che avevano protestato contro Pahlavi.

Quella data è stata poi scelta per istituire la Giornata dell’hijab e della castità, che si celebra a tutt’oggi. Reza Shah Pahlavi venne poi esiliato nel 1941 (non per questioni legate all’obbligo del velo, n.d.a.).

Quattro anni dopo la rivoluzione islamica del 1979 venne istituita la Sharia e proprio secondo una legge della Sharia è stato ripristinato l’obbligo per tutte le donne, le ragazze e le bambine sopra i nove anni, di indossare l’hijab.

Da allora il velo ha continuato ad essere uno strumento di controllo sociale utilizzato dalle autorità.

Per correttezza bisogna informare che esiste anche un corrispondente maschile di questa imposizione ma decisamente meno impegnativo e vincolante, ossia agli uomini non è permesso indossare pubblicamente pantaloni corti o maglie che sfoggino simboli occidentali.

Hijab. Nuovi decreti, nuove restrizioni


Il 15 agosto del 2022 il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha firmato un nuovo decreto dove viene riportato un ulteriore elenco di nuove restrizioni in merito al codice di abbigliamento delle donne iraniane al fine di far rispettare la legge sull’hijab e sulla castità.


Nel mese di settembre del 2022, a seguito della nuova legge, l’Iran ha deciso anche di introdurre una nuova tecnologia di riconoscimento facciale sui mezzi pubblici con lo scopo di identificare le donne che non rispettano la legge e non indossano il velo.
Forse un giorno si riuscirà a vivere in un mondo dove i diritti umani fondamentali non vengano violati, dove chi osa alzare la testa e dire di non essere d’accordo possa essere ascoltato e magari rispettato, dove una donna possa essere libera di camminare per strada senza dover nascondere i suoi capelli ma soprattutto che non sia costretta a subire umiliazioni e torture (sia fisiche che psicologiche) schiacciata da regole imposte da altri che non la ritengono nemmeno degna di avere dei diritti.
Al momento in cui questo articolo viene scritto sembra che un simile traguardo sia ancora lontano.
Nonostante da anni si susseguano proteste di ogni genere per l’abolizione dell’obbligo del velo queste finiscono inesorabilmente soffocate nella violenza e quelle donne che si permettono di protestare per rivendicare i propri diritti si ritrovano poi costrette a pagare un prezzo altissimo, dalla reclusione, alla fustigazione, all’umiliazione di dover chiedere scusa pubblicamente o, nel caso peggiore, come quello di Mahsa Amini, addirittura alla morte.

Fonti:

6/09/2022. La Stampa. Iran: portava male il velo, 22enne morta dopo arresto della “polizia della moralità”. Si scatena la protesta
16/09/2022. Il Giornale. Indossava male il velo: 22enne picchiata e uccisa dalla furia islamista di Valentina Dardari
16/09/2022. La Repubblica. Iran, proteste per la morte di una ragazza fermata dalla polizia perché non indossava correttamente il velo di Gabriella Colarusso
16/09/2022. Corriere della Sera. Iran, ragazza di 22 anni picchiata a morte perché non indossava bene il velo. Proteste nella capitale e sui social di Marta Serafini
16/09/2022. Il Secolo XIX. Iran: portava male il velo, 22enne morta dopo arresto della “polizia della moralità”. Si scatena la protesta
16/09/2022. Il fatto quotidiano. Iran, picchiata a morte perché indossa male il velo: in un’immagine tutta la brutalità del regime di Tiziana Ciavardini
16/09/2022. Il sussidiario. Picchiata a morte perché indossa male il velo. Iran, Mahsa Amini era stata arrestata di Chiara Ferrara
16/09/2022. RaiNews. Muore in custodia della polizia religiosa la ragazza iraniana che non indossava bene il velo
12/09/2022. Solo Donna. Iran: al via il riconoscimento facciale per identificare le donne senza hijab di Rachele Luttazi
24/08/2022, Il Giornale. “Obbligo di velo, violata la legge”. Scrittrice costretta a confessare in tv
14/07/2022. La svolta. La rivoluzione del velo in Iran di Chiara Manetti
8/03/2020. Metropolitan magazine. Donne, 1979: l’ultimo giorno senza velo in Iran di Maria Paola Pizzonia
5/06/2019. Unimondo.org. Iran, il velo obbligatorio e la battaglia delle donne: una storia lunga 40 anni
23/05/2019. Osservatorio Diritti. Iran: la lunga lotta delle donne contro il velo obbligatorio di Giulia Cerqueti
12/03/2019. Amnesty International. Iran, aggressioni di squadre filogovernative contro le donne che protestano contro uso obbligatorio del velo
27/02/2018. Amnesty International. Obbligo del velo in Iran, oltre 35 donne rischiano fino a 10 anni
6/01/2018. Magdi Cristiano Allam. Il velo alle donne islamiche lo impone Allah nel Corano. Solo la laicità può tutelare la vita, la dignità e la libertà di tutti

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