Tutta colpa del cioccolato, 5° book della serie di Adele Ross

Tutta colpa del cioccolato, 5° book della serie di Adele Ross

(Tutta colpa del cioccolato) Articolo scritto per Libri e Pillole di Cultura

Con Tutta colpa del cioccolato la scrittrice Adele Ross aggiunge un nuovo capitolo, il quinto, alla fortunata serie Tutta colpa di…

SOMMARIO

A distanza di oltre sei anni l’autrice della serie Tutta colpa di… torna con un nuovo capitolo dal titolo Tutta colpa del Cioccolato.

Dopo aver fatto sorridere e commumere il pubblico con i quattro volumi precedenti Adele Ross è tornata con un nuovo capitolo della serie.

L’autrice è fresca del recente successo del volume Caduta nel passato, un romance/viaggio nel tempo.

Tutta colpa del cioccolato. Il libro

Premessa: niente spoiler.

Dunque nessuna paura a leggere le righe che seguono.

Non verrà svelato nulla del finale e di ciò che accade nel corso della storia.

Adele Ross torna alla serie di Tutta colpa di… dopo oltre sei anni di silenzio (ma con tanti altri libri pubblicati però).

Lo fa con un libro che già dal titolo promette molto e leggendolo conferma le attese.

La protagonista, Naieda, lavora in un’agenzia pubblicitaria e deve curare una campagna per un cliente molto particolare.

Ma si sa, l’ufficio a volte può essere galeotto e ciò che sembrava davvero impossibile diventa quanto mai realtà…

No spoiler… soltanto un consiglio: leggetelo anche per scoprire il segreto di questo misterioso cioccolato.

Ne vale davvero la pena!

Tutta colpa del cioccolato. La serie

Tutto ebbe inizio nell’aprile del 2016 con il primo volume dal titolo Tutta colpa del matrimonio.

Un romance chick-lit permeato dalle musiche degli ABBA e di tanta ironia che rende Tricia, la protagonista, unica nel suo genere.

Un volume che ha incontrato il favore del pubblico e continua a piacere anche a distanza di otto anni ormai.

Il secondo volume ha un titolo che è tutto un programma: Tutta colpa di San Valentino.

E cosa c’è di più azzeccato in questo periodo dell’anno?

Segue poi un libro decisamente estivo e sorprendente come Tutta colpa di Caraibi.

Cambiano le ambientazioni e i protagonisti ma la verve, l’ironia e le emozioni non mancano, neppure su un’isola lontana.

Il quarto volume delle serie ci porta in clima natalizio, come suggerisce il titolo Tutta colpa di Natale.

Godibile in ogni momento dell’anno è imperdibile sotto l’albero addobbato.

Tutta colpa del cioccolato. L’autrice

Adele Ross a partire dal 2016 sino ad oggi ha pubblicato in self-publishing 20 libri più due raccolte.

La scelta di auto-pubblicarsi rispecchia la sua volontà di essere editrice di se stessa per poter arrivare al suo pubblico in totale autonomia.

Adele Ross ha uno stile molto particolare, vivace, capace di battute al vetriolo che riesce ad alternare a scene romantiche da film.

Indimenticabili, a detta della gran parte dei suoi lettori, sono i dialoghi.

Serrati, vivi, verosimili, pungenti, divertenti, romantici… unici verrebbe da sintetizzare.

Un’autrice amata per le sue storie mai scontate e banali, ricche di humor e dialoghi pungenti.

Libri dal ritmo serrato e che si fanno leggere tutto d’un fiato.

Tutta colpa del cioccolato. Adele Ross omaggia Jean Webster

Cinque anni fa, nell’estate del 2019, Adele Ross volle omaggiare una grande scrittrice americana del ‘900.

Forse il nome Jean Webster non dice granché a molti, ma Papà Gambalunga dovrebbe al contrario accendere qualche lampadina.

Specialmente a chi ha un po’ di anni sulle spalle e ricorda il famoso film del 1959 con Fred Astair e Leslie Caron.

Ispirandosi proprio al libro della Webster l’autrice Adele Ross ha voluto ricreare quel mood portandolo ai giorni nostri.

È nato così Un inaspettato benefattore, un romance che è più di una semplice storia d’amore e che ha regalato emozioni a tutti coloro che lo hanno letto.

Tutta colpa del cioccolato. Gli altri libri

In questi otto anni Adele Ross ha pubblicato volumi ricchi di humor e sentimento ma non solo.

Con I lupi di Central Park e Hans, Greta e la strega del marzapane ha voluto sconfinare nel mondo delle fiabe e del fantastico, a modo suo però!

Con Il cuore fragile di una strega è andata incontro al pubblico teenager con una storia tutta per loro, sempre in stile Adele Ross.

Due incursioni anche nel mondo del paranormale con Oh my ghost, ho ereditato un fantasma e Caduta nel passato.

Due storie romance venate di elementi sovrannaturali ma sempre con tanta ironia, battute al vetriolo e tanto sentimento.

Senza dimenticare i due romance un po’ paranormal e un po’ natalizi come Amaliah, apprendista diavoletta combinaguai e L’angelo della porta accanto.

E sempre in tema natalizio come non ricordare anche Aiuto, Babbo Natale mi ha rapito, dove la sensualità va persino al Polo Nord?

Da non perdere anche la raccolta di racconti, tutti al vetriolo, di Piccole bomboniere crescono.

Tutta colpa del cioccolato

Loving. Richard & Mildred, love story che cambiò l’America

(Loving) Articolo scritto da Amelia Settele per Persone e StorieFatti e società e La Forza di indignarsi Ancora

Ascolta “La Forza di Indignarsi Ancora. Puntata 5 – Richard & Mildred Loving, la love story che cambiò l’America” su Spreaker.

Ci sono storie d’amore destinate a diventare immortali, arrivando addirittura ad avere una potenza tale da riuscire a cambiare il corso degli eventi storico-sociali di un Paese.

La storia tra Richard e Mildred Loving ne è un esempio eccellente.

SOMMARIO

Stato della Virginia, 1967: “Dica in Tribunale che amo mia moglie”

A scrivere al proprio Avvocato questa richiesta fu Richard Perry Loving che insieme alla sua sposa Mildred, visse la storia d’amore capace di abbattere pregiudizi, smuovere l’opinione pubblica Americana.

Oltre a far modificare le leggi che impedivano – in più di 17 stati dell’Unione – di sposarsi tra razze diverse.

Rappresentavano in modo emblematico quello che veniva definito un “amore contro natura” in quanto Richard era “bianco” e Mildred “nera”.

Loving. La nascita del loro legame

Richard Perry Loving nacque il 29 Ottobre 1933 a Central Point in Virginia, Americano di origini Irlandesi lavorava come operaio edile.

Mildred Delores Jeter vide la luce il 22 Luglio del 1939 in Virginia.

Il primo incontro risale a quando Richard aveva 18 anni e Mildred poco più di 11.

Lui era amico del fratello e frequentava spesso la loro casa.

Nacque un amore unico, appassionato, forte e Mildred, ad appena 18 anni, rimase incinta.

Nel 1958 la coppia decise quindi di sposarsi e si recò a Washington per celebrare il rito civile.

Era impossibilitata a farlo nello Stato della Virginia in quanto non erano ammessi matrimoni tra i “bianchi” e i “non bianchi”.

Era in vigore il Racial Integrity ActLegge sull’integrità razziale.

Approvato nel 1924 dall’Assemblea Generale (organo legislativo del Commonwealth della Virginia, istituito il 30 luglio 1619 ).

Legge nella quale si vietavano i matrimoni interrazziali e si classificava come “bianca” una persona nel cui sangue non vi era traccia di altre etnie se non quella Caucasica.

Mentre per “non bianco o colorato” tutte le altre etnie compresi i Nativi Americani.

Quest’atto di fatto proibiva la mescolanza tra razze e rafforzava le gerarchie razziali.

Era parte integrante di una serie di leggi per l’integrità razziale che consolidavano la supremazia “bianca” sulle altre etnie.

Loving. Il matrimonio

Sposarsi in un altro Stato non evitò ai coniugi Loving di avere fin da subito dei problemi al loro rientro in Virginia.

Infatti divennero oggetto di numerose manifestazioni razziste.

Richard venne allontanato e deriso da familiari e amici.

Nel quartiere dove decise di andare a vivere con la moglie per cercare un po’ di tranquillità, risultò essere l’unico “bianco”.

E la strada che li attendeva sembrava davvero tutta in salita.

Dopo una soffiata anonima vennero anche arrestati dallo Sceriffo della Contea e incarcerati.

Prelevati dalla loro abitazione durante la notte, la polizia irruppe in casa certa di trovarli a fare sesso (anche quello vietato dalla legge).

La loro relazione risultava essere un crimine così grave che vennero prelevati ancora in vestaglia e portati subito via.

Pur presentando il certificato di matrimonio redatto a Washington, vennero comunque accusati di “convivenza illegale” e incarcerati.

Ai coniugi Loving si prospettavano due opzioni: potevano scontare la pena di un anno di detenzione, oppure lasciare lo Stato per ben 25 anni.

Erano autorizzati a rientrare in Virginia solo e soltanto separatamente l’uno dall’altra.

Loving

Mildred e Richard decisero di andarsene e di trasferirsi a Washington.

Seguirono anni in cui furono costretti a visitare i familiari in momenti diversi e sempre separati.

Nacquero altri due figli, insieme all’aumentare delle pressioni sociali, razziali ed economiche ma Mildred e Richard restarono sempre insieme.

Il loro amore non vide mai barriere, si amavano profondamente, lottando ogni giorno per vivere questo sentimento e la loro famiglia alla luce del sole.

Nel 1964 durante una visita a casa, la situazione precipitò in modo inesorabile perché vennero arrestati di nuovo con l’accusa di aver viaggiato insieme.

I Loving decisero che era il momento di prendere un Avvocato, anche se le loro condizioni economiche non erano affatto floride, non demorsero e si affidarono all’ American Civil Liberties Union.

L’American Civil Liberties Union denominata anche con la sigla ACLU – fondata nel 1920 – era un’organizzazione non governativa che lottava per i diritti civili e le libertà individuali in America.

Aveva sede a New York e annoverava tra i suoi fondatori il nome dell’avvocatessa Crystal Catherine Eastman – leader nella lotta per il suffragio delle donne in America.

La ACLU riuscì a congelare la condanna e a fornire alla coppia i due avvocati volontari: Bernard S Cohen e Philip J Hirschkop.

Entrambi li difesero nella famosa causa “Loving Vs Virginia“.

Loving. La causa “Loving Vs Virginia”

La lotta in tribunale ebbe un risalto mediatico imponente e si concluse solo il 12 Giugno del 1967.

Quando la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America dichiarò che la negazione dei matrimoni misti era incostituzionale.

E contraria al XIV Emendamento della Costituzione.

Il quale prevede pari diritti volti a proteggere gli ex schiavi dopo la Guerra di Secessione – noto insieme ad altri come “emendamento della Ricostruzione“.

Una vittoria giuridica e sociale senza precedenti che portò in alto il nome della famiglia Loving.

I coniugi divennero il simbolo della lotta alla libertà e all’uguaglianza.

Questa causa, ma soprattutto la sentenza che venne deliberata, permise alla società Americana di fare un enorme passo avanti.

Purtroppo non tutti gli Stati dell’Unione decisero di adattarsi alla sentenza della Corte Suprema.

Uno su tutti fu l‘Alabama che invece inasprì le leggi sui matrimoni misti e fu l’ultimo – nel 2000 – a conformarsi alla sentenza.

Dopo aver lottato per il loro amore e il diritto sacrosanto alla libertà, Richard e Mildred non hanno avuto un lieto fine.

Purtroppo nel 1975 furono investiti da un ubriaco e Richard morì sul colpo, mentre Mildred perse un occhio.

Dopo essersi ripresa dall’incidente, decise di dedicare il resto della sua vita ai figli e alla lotta per i diritti civili.

Divenendo un nome importante tra gli Attivisti Americani.

Il 12 Giugno 2007 per il 40esimo anniversario dalla sentenza che cambiò le sorti di molti altri cittadini e cittadine Americani e non solo, Mildred dichiarò quanto segue:

“Circondata come sono da meravigliosi figli e nipoti, non passa giorno in cui non penso a Richard e al nostro amore, al nostro diritto di sposarci, e quanto significasse per me avere la libertà di sposare la persona a me più cara anche se altri pensavano che fosse il “tipo sbagliato di persona” a sposarmi. Credo che tutti gli americani, indipendentemente da razza, genere, orientamento sessuale, dovrebbero avere la stessa libertà matrimoniale. Non è compito del governo imporre le credenze religiose di alcuni ad altri. Soprattutto se così facendo nega loro i diritti civili.” Mildred Loving

Poco meno di un anno dopo, il 2 Maggio 2008, Mildred Delores Jeter Loving morì a causa di una polmonite.

Marito e moglie riposano uno accanto all’altra nel cimitero della Chiesa Battista di Santo Stefano a Central Point in Virginia.

Mi rendo conto di aver utilizzato parole che in questi contesti non si usano (fortunatamente) più.

Come “bianco”, “nero” o “colorato”, ma se siamo arrivati a questo punto è anche grazie alla storia che vi ho appena ricordato.

Infatti Richard e Mildred ancora oggi rappresentano il simbolo di un sentimento talmente potente da riuscire a stabilire nuovi equilibri.

Equilibri capaci di far mescolare vocaboli come: Libertà, Diritti e Uguaglianza alla parola Amore in modo sublime ed eterno.


Fonti:

  • Dilei.it: “Mildred e Richard Loving: la storia d’Amore che ha riscritto la storia”
  • MarieClaire: “La storia di Mildred e Richard Loving, i primi Romeo e Giulietta interrazziali”
  • Lo sbuffo: “Loving: il matrimonio che ha cambiato la storia
AMELIA SETTELE

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Khomeini e la rivoluzione islamica in Iran

(Khomeini) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Persone e Storie

Con la dichiarata neutralità delle forze armate iraniane l’11 febbraio 1979 di fatto trionfava la rivoluzione islamica in Iran guidata dall’ayatollah Khomeini.

SOMMARIO

Da anni ormai al centro della geopolitica del Medio Oriente, l’Iran ha acquisito questo ruolo predominante a partire dalla rivoluzione islamica.

Da quel 1979 la situazione nel grande paese asiatico ha condizionato le scelte politiche dei vicini e anche dei grandi stati.

A partire dagli USA, che fin dalla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran sono stati visti come il nemico numero uno da combattere.

L’artefice di quella rivoluzione fu un ayatollah, tornato dall’esilio Parigi, il cui nome resterà sempre legato a quello dell’Iran: Khomeini.

Khomeini. Iran, una nazione antica

Uno stato che vanta origine molto lontane nella storia, addirittura quasi tremila anni prima della nascita di Cristo.

La prima dinastia iranide data circa il 2800 a.C. ma furono i Medi, nel VII secolo a.C. a unificare i territori che oggi conosciamo come Iran.

Dopo il breve dominio di Alessandro Magno il territorio iraniano passò alla dinastia Seleucide.

Successivamente furono i Parti a dominare gli altopiani, seguiti dai Sasanidi che dovettero cedere agli arabi mussulmani.

Con l’avvento della dinastia Safavide nel 1501 la religione ufficiale diviene l’islam sciita.

Khomeini. I prodromi della crisi

Con l’avvento della monarchia costituzionale nel 1906 l’Iran avrebbe dovuto fare il suo ingresso nel tempo moderno.

E in effetti fra i paesi mussulmani l’Iran era tra quelli più avanzati culturalmente e più liberi socialmente.

Nel 1921 la monarchia costituzionale venne sostituita da quella autoritaria dei Palhavi.

Almeno fino alla rivoluzione democratica del 1953, quando parve che l’Iran potesse diventare una vera democrazia.

Quello stesso anno, però, forze straniere operarono per ripristinare lo status quo.
Gran Bretagna e Stati Uniti fecero in modo di rimettere sul trono la dinastia Palhavi.

Questa scelta molto discutibile avrebbe avuto notevoli conseguenze in seguito.

La popolazione iraniana infatti era stanca della monarchia dei Palhavi, di certo non una delle famiglie più amate dal popolo.

Ecco dunque spiegato perché nel 1978 poté iniziare quelle che è conosciuta come la rivoluzione islamica.

Khomeini. Esilio parigino

Ruhollah Khoeini era un esponente del clero sciita nato nel 1902 e che era stato osteggiato dallo scià Reza Palhavi.

Con la salita al trono del figlio di Reza, Mohammad Reza, Khomeini fu reintegrato e tornò ad avere un ruolo importante all’interno del clero sciita.

Un colpo di stato nel 1953 riportò al potere Mohammad Reza Palhavi dopo la parentesi democratica osteggiata dall’Occidente.

Khomeini

A quel punto lo scià rivide le sue posizioni e divenne ancor più oltransista del padre nel contrastare il clero sciita.

L’obiettivo dello scià era quello di laicizzare il paese eliminando il più possibile l’influsso degli ayatollah sciiti sulla popolazione.

Per questo motivo Khomeini dovette abbandonare il paese e si rifugiò a Parigi.

Dalla capitale parigina l’ayatollah fomentò la rivolta popolare in Iran.

Rivolta che affondava le sue radici nei molti soprusi e ingiuste repressioni operate dallo scià.

Khomeini. La nascita della Repubblica Islamica dell’Iran

Nel 1978 le condizioni politiche in Iran erano diventate favorevoli a un imminente rientro dell’ayatollah nel Paese.

Grazie al suo innato carisma e alla lunga militanza rivoluzionare promossa da Parigi Khomeini non ebbe difficoltà a incarnare il simbolo vivente della rivoluzione.

Rivoluzione che trovava terreno fertile in un odio viscerale della popolazione contro lo scià e la classe dirigente iraniana.

Indicati dal popolo come i responsabili di arresti, torure, omicidi e una sequela di repressioni sanguinarie che incendiarono l’Iran.

Khomeini rimise piede sul suolo irariano il 1 febbraio 1979 e solo 10 giorni più tardi assunse il potere della rivoluzione islamica.

Di fatto lo sciò era stato esautorato e neanche tre mesi più tardi, il 1 aprile 1979 veniva proclamata la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.

Khomeini. Teocrazia islamica

Il nuovo ordine costituzionale dell’Iran prevedeva una teocrazia di stampo islamico.

Ovvero la legge del Corano e in particolar modo la Sharia divennero legge suprema che tutti i cittadini erano tenuti a rispettare.

Di colpo vennero pesantemente limitate le libertà personali, quelle politiche e di informazione.

Man mano venne repressa la libertà di stampa, di associazione di persino i partiti politici che fossero riconducibili direttamente al clero sciita.

Venne introdotto l’obbligo del velo per le donne, abbassata l’età minima per i matrimoni a nove anni.

Fu introdotta la pena di morte per i reati di bestemmia e di adulterio e per molte altre trasgressioni alle leggi religiose.

Di fatto quello che negli anni Cinquanta era uno tra gli stati più moderni dell’Asia piombò improvvisamente in un medioevo islamico peraltro mai conosciuto prima a Teheran.

Khomeini. Ritorno al passato e colpe occidentali

In rete circola spesso una foto che ritrae donne iraniane in un bar di Teheran vestite alla moda occidentale, con gonne corte e atteggiamento disinvolto.

Si tratta di uno scatto degli anni ’50 e fa impressione accostare quell’immagine a quelle che giungono dall’Iran di oggi.

È ancora forte l’eco della morte della giovane Mahsa Amini seguita al suo arresto per aver indossato male il velo.

Pare davvero strano che uno stato possa “regredire” così tanto in così poco tempo, ma è accaduto ed è sotto gli occhi di tutti.

Occorre però anche soffermarsi almeno un attimo sulle “colpe” dell’Occidente e in particolar modo di Stati Uniti e Gran Bretagna.

Il golpe del 1953 che riportò al potere Mohammad Reza Palhavi fu reso possibile proprio dagli stati occidentali.

Rileggendo la storia si può ben vedere come l’origine del consenso popolare alla rivoluzione islamica nasca proprio da quel ritorno al potere dello scià.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventato l’Iran se l’esperienza democratica del 1953 non fosse stata bruscamente interrotta.

Di sicuro però l’appoggio alla rivoluzione islamica non sarebbe stato così massiccio e convinto.

Foto di Pavellllllll da Pixabay

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Gandhi. 76 anni fa l’omicidio del mahatma

(Gandhi) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Persone e Storie

Il 30 gennaio 1948 un fanatico estremista indù poneva fine alla vita del Mahatma Gandhi, padre dell’India indipendente e della non violenza.

SOMMARIO

Mohandas Karamchand Gandhi è in modo unanime considerato il padre dell’India indipendente.

Fu proprio grazie al suo impegno che la Corona Britannica finì con il concedere l’indipendenza al vice-regno dellIndia.

Gandhi è anche e forse soprattutto il padre della non violenza, colui al quale si ispirano un po’ tutti i movimenti pacifisti.

Gandhi. Assassinato da un indù

Contrariamente a quanto si usa fare abitualmente questa volta partiremo dalla fine e non dall’inizio della vita del Mahatma Gandhi.

Ovvero da quel 30 gennaio del 1948 quando un fanatico estremista indù commise uno degli omicidi più celebri della storia.

Celebre e inspiegabile peraltro, perché già solo l’idea di assassinare il padre della non violenza fa rabbrividire chiunque.

Perché Nathuram Godse, questo il nome dell’omicida, decise di assassinare il mahatma?

La ragione è tanto semplice quanto elementare: fanatismo.

Gandhi aveva lottato per l’indipendenza dell’India ma gli estremisti indù non gli perdonavano le concessioni fatte al Pakistan.

Era giocoforza che prima o poi qualche fanatico compisse il gesto estremo e fu Godse a sparare, ma probabilmente non era l’unico ad averci pensato.

L’omicida rischiando il linciaggio da parte della folla preferì farsi catturare dalla polizia e fu messo a processo.

Nel 1949 venne giustiziato a morte nonostante la ferma opposizione dei seguaci e discepoli di Gandhi che in ossequio alla teoria della non violenza aborrivano la pena capitale.

Gandhi. Un sogno infranto

Quando Godse sparò a Gandhi il 30 gennaio 1948 l’India era diventata uno stato indipendente da pochi mesi.

Esattamente dal 15 agosto del 1947, ma quella data che avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era fu anche l’inizio di scontri fratricidi.

Contrariamente alle idee promosse dal mahatma che avrebbe voluto un’India unica, abitata da mussulmani e indù le forze politiche decisero altrimenti.

Gandhi

Quella che oggi conosciamo come India era allora abitata prevalentemente da popolazioni indù.

Mentre la regione orientale del Bengala a est e quella del Pakistan a ovest avevano una maggioranza mussulmana.

Con la spartizione in due stati distinti vi fu un immenso esodo di popolazioni.

Indù che lasciavano i due territori del Pakistan Occidentale e Orientale per rifugiarsi in India.

Mussulmani che abbandonavano la neonata India per andare dai correligionari in Pakistan.

Nel mezzo scontri e violenze inaudite.

Gandhi. La “debolezza” secondo gli indù

Fino all’ultimo il mahatma cercò di evitare la scissione in due stati, senza peraltro riuscirvi.

Di fronte all’imperversare dei disordini e degli scontri il mahatma adottò la tecnica dello sciopero della fame.

La notizia che il mahatma stava deperendo a causa dell’astinenza da cibo fece il giro dell’India e del Pakistan.

E almeno per un po’ i tumulti si acquietarono.

Ma la situazione era tesa e bastava anche solo un piccolo incidente per scatenare di nuovo violenze da una parte e dall’altra.

Gli estremisti indù non gli perdonarono mai le concessioni, a loro dire, fatte ai mussulmani.

Secondo la loro visione il maestro aveva tradito la causa dell’indipendenza dell’India favorendo almeno in parte gli acerrimi nemici mussulmani.

Va da sé che un simile ragionamento non aveva alcun fondamento nella realtà.

Se Gandhi ha sbagliato non è stato nel credere nel sogno dell’indipendenza e della coesistenza tra indù e mussulmani.

Piuttosto nel pensare che la classe dirigente indiana (indù e mussulmana) fosse all’altezza di quel compito.

Gandhi. Un’eredità scomoda per alcuni

A partire dagli stessi indiani che hanno dovuto fare i conti con una vera e propria leggenda come quella di Gandhi.

Se l’India fin dalla sua nascita non si è mai schierata, almeno ufficialmente, nello scacchiere internazionale in parte lo si deve anche a Gandhi e al suo retaggio politico.

La teoria del non allineamento è stata per decenni accostata a quella della non violenza di gandhiana memoria.

La verità probabilmente è meno aulica e un po’ più pragmatica di così.

Dopo l’indipendenza l’India era un paese povero, arretrato per lo più e di scarso peso internazionale.

Scegliere di non schierarsi nella contrapposizione fra blocchi ha permesso all’India di ricavarsi un piccolo spazio di manovra in politica estera.

Specialmente nella regione indo-pacifica, dove ha da sempre un vicino scomodo come la Cina.

Gandhi. E se non fosse stato assassinato?

Cosa sarebbe accaduto se quel 30 gennaio 1948 Godse non avesse sparato al mahatma?

Tutti sappiamo che la storia non si fa con i se e con i ma, dunque nessuno può dire cosa sarebbe accaduto.

Di sicuro il mondo avrebbe avuto ancora per un po’ (Gandhi non era più giovanissimo peraltro) una grande anima dispensatrice di idee universali.

Questo senza dubbio.

Ma se poi questo avrebbe cambiato il destino dell’India nessuno può dirlo con certezza.

Ma è ragionevole ipotizzare che non sarebbe cambiato poi molto.

Questo sulla base di cosa non riuscì a impedire dopo l’indipendenza dal Regno Unito.

Troppo spesso la sua figura e stata mitizizzata, quasi come una specie di super eroe della non violenza.

In realtà la forza del mahatma va ricercata invece nella sua assoluta normalità.

Gandhi. Un insegnamento senza tempo

Ciò che il mahatma ci ha lasciato in eredità va al di là delle questioni politiche dell’India e del Pakistan.

E forse anche ben oltre la teoria della non violenza peraltro troppo spesso mal interpretata.

Ciò che il mahatma ci ha indicato è che la forza del cambiamento nasce dentro di noi, dalla determinazione a non rinunciare a fare la cosa giusta.

Anche a costo di doverne pagare il prezzo, anche quando il nostro apporto sembra non cambiare nulla nel corso della storia.

Ogni gesto compiuto nel nome della giustizia ci conduce un passo in avanti verso un mondo migliore.

E non serve essere eroi per compiere simili azioni, basta la forza di volontà e la determinazione a voler cambiare il mondo.

Foto di marian anbu juwan da Pixabay

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Irma Grese, “la Bestia Bionda” di Auschwitz

(Irma Grese) Articolo scritto da Amelia Settele per Persone e Storie, Fatti e società e La Forza di indignarsi Ancora

Ascolta “La Forza di Indignarsi Ancora. Puntata 2 – Irma Grese, “la Bestia Bionda” di Auschwitz” su Spreaker.

L’Olocausto perpetrato dal Terzo Reich tra il 1933 (ascesa al potere di Hitler) e il 1945 (27 Gennaio 1945, liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa), portò alla morte di oltre 17 milioni di persone: donne, uomini, bambini.

17 milioni di persone: ebrei, Rom, omosessuali, malati mentali, dissidenti politici, testimoni di Geova, infermi.

Si è giustamente spinti a pensare alla vittime, ai nomi, alle sembianze.

Il più delle volte sono nomi che evocano futuri mai vissuti, vite spezzate, corpi mai ritrovati.

Famiglie distrutte, legami annientati, tra la polvere da sparo e il delirio dei folli.

Quello che perpetrò il regime nazista nel mondo è ancora oggi un macigno che incombe sulle pagine della storia dell’uomo.

Irma Grese. La bestia bionda

Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo.

Ed è giusto anche ricordare chi non è stato vittima, ma carnefice.

Perché il male ha un volto, occhi, espressioni e carattere.

Irma Grese

A rappresentarlo in questo spicchio di racconto è una ragazza tedesca, passata alla storia con più appellativi.

Uno più infausto dell’altro: “la bestia bionda”, “la iena”, “la bella bestia”.

Lei si chiamava Irma Grese ed è stata una delle carceriere più efferate e crudeli di Auschwitz.

Irma Grese. Un passato difficile

Irma nasce a Wrechen in Germania, il 7 Ottobre 1923.

Sin da bambina sogna di divenire infermiera, ha un carattere timido e riservato.

Nel 1936 tutto cambia nella sua vita, quando la madre si suicida.

Un lutto dilaniante che la colpisce nell’età dell’adolescenza e dal quale si susseguono importanti cambiamenti.

Da giovane mite e tranquilla, diventa spietata e senza scrupoli.

Hanno inizio problemi comportamentali anche con i suoi coetanei, tanto da spingerla a ritirarsi da scuola a soli 15 anni.

Pur vivendo con il padre – fervente oppositore di Hitler – Irma è completamente soggiogata dall’ideologia nazista.

Nel Fuhrer e nelle sue promesse, crede di poter realizzare la propria vita.

Irma Grese. L’adesione al nazismo

S’iscrive alla Lega delle ragazze tedesche (Bund Deutscher Mädel), un’organizzazione di giovani Naziste.

Tenta di concretizzare il suo sogno d’indossare la divisa d’infermiera senza riuscirci, mai.

Ma le scelte che intraprese la portano sì a vestire una livrea, ma la più pericolosa e maledetta: quella delle SS.

A 19 anni inizia a lavorare come guardia nel campo di concentramento femminile di Ravensbruck.

Grazie alle sue “doti”, fa presto carriera e solo un anno dopo viene trasferita ad Auschwitz.

Irma Grese

Luogo dove il suo nome e le sue crudeltà diventano un connubio mortale per i prigionieri, e motivo di vanto tra i gerarchi nazisti.

Quando il padre viene a sapere del trasferimento della figlia e delle sue mansioni nel campo di concentramento, la caccia di casa.

Lei lo denuncia e l’uomo viene recluso.

Irma indossando quell’uniforme, dona il peggio di sé perpetrando torture e indicibili nefandezze su donne e bambini.

Irma Grese. Sadica, crudele, efferata

Sul suo volto, sino alla fine, non traspare dubbio o colpa.

Irma svolge il suo “lavoro” con dedizione, passione e malefica capacità.

Riesce a conquistare l’ambito grado (tra le donne SS) di: Supervisore Capo.

I sopravvissuti raccontano che “La Bestia Bionda” era la più temibile, capace d’infliggere torture sino a quando non vedeva la vittima prescelta esalare l’ultimo respiro.

Amava scegliere le prigioniere da spedire nelle camere a gas soprattutto per la loro bellezza.

Picchiava, violentava le donne costringendo alcune di esse ad assistere allo scempio, allo stupro delle proprie malcapitate compagne.

Arrivò a sciogliere i cani – lasciati senza razioni per giorni – per farli cibare delle carni dei prigionieri.

Irma Grese. Il mostro in mezzo ai mostri

I suoi stessi colleghi la definivano crudele.

Osò essere il mostro, in mezzo ai mostri.

Testimonianze affermano che fu sempre lei a far montare dei paralumi creati con la pelle dei deportati.

Nefandezze, espressioni di una disumanità pari a pochi che le permisero di scalare i vertici del potere nazista all’interno dei campi di concentramento di Ravensbruck, Auschwitz e Bergen-Belsen.

Venne arrestata dall’esercito Britannico il 17 Aprile del 1945, insieme ad altre SS.

Durante tutto il processo di Belsen, non ebbe mai un attimo di pentimento.

Irma Grese

Fiera, concreta e insolente non rinnegò mai i suoi ideali né le sue decisioni.

Venne condannata alla pena massima: impiccagione come criminale di guerra

Aveva 22 anni al momento dell’esecuzione, le sue ultime parole furono: “Schnell” (rapidamente).

Quella rapidità che non offriva mai alle proprie vittime, per le quali godeva nel seviziarle.


Fonti:

  • Gulliber: La bella Bestia di Auschwitz
  • Berlino Magazine: Irma Grese, la Bella Bestia di Belsen
  • Bet Magazine Mosaico: Nazismo al femminile: Irma Grese e le altre
AMELIA SETTELE, Bolivia

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Skid Row, the other side of Los Angeles

(Skid Row) Articolo scritto da Amelia Settele per Pillole di Cultura, Persone e StorieFatti e società e La Forza di indignarsi Ancora

Ascolta “La Forza di Indignarsi Ancora. Puntata 6 – Skid Row, the other side of Los Angeles” su Spreaker.

La città di Los Angeles – dopo New York City – è la seconda metropoli più grande d’America.

SOMMARIO

La città è celebre per essere il fulcro dell’industria cinematografica, per i quartieri lussuosi, la ricchezza ostentata. Senza dimenticare la celebre collina dove spicca l’iconico cartello “Hollywood”. Ma cela anche un lato oscuro e inquietante.

Skid Row. Accesso all’inferno

La mia penna aveva già sfiorato l’argomento, mentre vi raccontavo del Cecil Hotel e della sua triste storia.

Ora è giunto il momento di portarvi a Skid Row: il ghetto di Los Angeles.

Il suo nome – Los Angeles, la città degli Angeli – può trarvi in inganno.

Perché questa metropoli possiede anche le chiavi per le porte dell’inferno e Skid Row, è uno degli accessi.

Ufficialmente conosciuto come Central City East è un distretto della Downtown (centro amministrativo e geografico della città).

Ospita la più grande comunità di senzatetto stabili degli Stati Uniti.

il telefono del vento

Skid Row. Casa di 3000/5000 clochard

Nel quartiere vive una gremita comunità di clochard che si aggira tra le 3000 e le 5000 persone.

Qui governa la violenza, la coercizione e il pressante disagio di uno specchio sociale.

Che si scontra con vite graffiate, interrotte, consumate da droga, alcool, squilibrio mentale ed estrema povertà.

Le luci e i sogni di Los Angeles s’infrangono a Skid Row dove non si vive, si sopravvive.

Dove non si sogna, ma si lotta per mangiare e continuare ad avere almeno uno sputo di marciapiede da occupare e chiamare “casa”.

Ricettacolo e degrado.

Droga, alcool, prostituzione, giro di vite e lotta intestina per la sopravvivenza.

È fortunato chi può permettersi come alloggio al coperto una tenda da campeggio.

Mentre la maggior parte dei clochard scompare di notte in cartoni ammassati agli angoli più bui per cercare di proteggersi le carni e la dignità.

Skid Row. Sembra impossibile da recuperare

In questa realtà sociale sopravvive non solo solo chi ha ceduto tutto alle dipendenze delle droghe, oppure ai vizi che offre l’alcool.

Ci sono anche ex veterani di guerra, disabili mentali non pericolosi per gli altri.

E gente “semplicemente” sfortunata che ha perso: lavoro, casa, risparmi e la possibilità di poter ricominciare.

Da anni ormai il quartiere – un agglomerato di isolati a pochi minuti dai quartieri “bene” – sembra impossibile da recuperare.

Ci sono vicoli impraticabili da transitare per la sporcizia e l’indigenza imperante.

Feci ed urine appestano l’aria, dove banchettano mosche e prolificano batteri.

E il popolo di Skid Row continua ad arrancare e a sopravvivere. 

Ombre umane simbolo del decadimento di una società troppo caotica e occupata a non osservare queste creature sopraffatte dagli eventi e incapaci di recuperare.

Un perfetto set per i film sugli zombie.

SKid Row

Skid Row, ma come nasce?

Già nell’800 l’area urbana era presente a Los Angeles.

Il nome Skid Row indicava la strada utilizzata dai taglialegna per far arrivare i tronchi verso la costa.

Laddove poi venivano caricati sulle navi e spediti.

Con la grande depressione alla fine del 1929 – e il relativo crollo di Wall Street – il quartiere brulicava sempre più di emarginati, alcolizzati e di bordelli.

Con gli anni la popolazione aumentava, il degrado con lei.

Anche la fine della guerra in Vietnam (1975) e il ritorno a casa dei veterani, permise al quartiere di prosperare.

Perché molti reduci rientrati con fardelli insopportabili da gestire, non riuscirono a reinserirsi nella società e trovarono facile rifugio nel quartiere.

Nel corso degli anni, diverse amministrazioni comunali hanno cercato d’intervenire.

Rendendo la presenza massiccia delle forze dell’ordine un monito per gli abitanti del quartiere.

Ma quello che accade a Skid Row è pesante, pressante e non è di facile risoluzione.

Gli anni infatti passano, ma lo scenario non cambia.

Ancora oggi osservare Skid Row e i suoi “ospiti” rende chiaro che il girone infernale che rappresentano non può essere dimenticato né sottovalutato.

Visto che rappresenta non solo il fallimento di una metropoli, ma della società tutta.

Noi compresi.

Skid Row


Fonti:

  • La Stampa: Skid Row, il quartiere fantasma che assedia le luci di Los Angeles
  • Los Angeles Times: L.A. settles homeless rights case, likely limiting ability to clear skid row streets
  • Company People: Skid Row la zombie area di Los Angeles
AMELIA SETTELE

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Debra A. Haaland, donna simbolo del riscatto degli Indiani d’America

(Haaland) Articolo scritto da Amelia Settele per Persone e Storie

Debra Anne Haaland è la prima donna nativa americana ad essere scelta dal Presidente Biden come Segretario al Dicastero dell’Interno.

SOMMARIO

Dal 17 Dicembre 2020 – giorno dell’Inauguration Day – gestisce le risorse naturali, le riserve, i parchi e il patrimonio forestale. Ma soprattutto è a capo del ministero che ha il compito di tutelare le minoranze etniche e i programmi ad esse collegate. Sarà quindi la voce più consona al sostegno del 1.9 milione di nativi americani che vivono attualmente negli Stati Uniti, come anche per gli altri gruppi allogeni. Sotto la sua responsabilità passeranno anche le decisioni per cercare soluzioni concrete alla crisi climatica in atto, spesso trascurata nelle amministrazioni antecedenti.

Haaland. Emblema dei nativi americani

Eletta al Congresso degli Stati Uniti nel 2018, è l’emblema della rivincita delle tribù ed etnie native Americane. Joe Biden, anche attraverso la sua nomina, impronta la politica del nuovo governo verso un radicale cambiamento, volto all’integrazione e alla coesione di culture e razze diverse.

Debra Haaland è colei che dichiarò pubblicamente:

Un ex segretario del Dipartimento, che da oggi guiderò io, una volta proclamò “civilizzare o sterminarli”. Io sono la testimonianza vivente del fallimento di quell’orribile ideologia.”

Le sue parole ci riportano anche alla tremenda storia delle Residential Schools Canadesi, di cui mi ero occupata in precedenza (articolo qui), e del loro completo e profondo fallimento nella gestione e nell’integrazione tra i nativi americani e i colonizzatori.

Haaland. Le sue radici in Arizona

Debra infatti, nella sua vita ha sempre dovuto lottare per farsi valere come donna e come nativa.

Crescere nel villaggio di mia madre mi ha reso agguerrita. Sarò agguerrita per tutti noi, per il nostro pianeta, per le terre protette. Sono onorata e pronta a servire.”

Haaland

Nata in Arizona, i suoi genitori erano entrambi militari. La madre apparteneva alla tribù dei Laguna Pueblo- popolo che abitava i territori del New Mexico e dell’Arizona – mentre il padre di origini Norvegesi, era ufficiale dei Marines insignito della medaglia al valore per il suo contributo durante la guerra in Vietnam. Insieme ai suoi tre fratelli, ha sempre viaggiato molto a causa del lavoro dei genitori, ma le radici indiane hanno continuamente influenzato la sua vita. Madre single di una ragazza che ha cresciuto completamente sola, è riuscita a diplomarsi e poi laurearsi in Giurisprudenza alternando gli studi con il lavoro di vendita di prodotti alimentari.

Haaland. Nessuna voce come la sua

Donna forte e concreta, entrata in politica quasi per caso dopo non essere riuscita a superare l’esame d’avvocato. Incide con voce chiara e schietta la sua posizione e la sua volontà di portare le minoranze ad essere veramente ascoltate.

Sono Deb Haaland e il Congresso non l’ha mai sentita una voce come la mia…”

La sua nomina concretizza la sua posizione, divenendo essa stessa, strumento di propaganda per una nazione libera e capace di portare avanti un progetto d’uguaglianza e aggregazione. Come mai visto, finora.

Il Congresso, come il resto del mondo, non avevano mai ascoltato la sua voce. Ora è arrivato il momento di prestarle attenzione, per trarne ispirazione e stimolo.

Fonti:
  • Congresswoman Deb Haaland
  • Elle: chi è Debra Haaland, la prima nativa americana nominata da Joe Biden
  • IO Donna: chi è Debra Haaland, la prima nativa americana nominata in un governo Usa
  • Vanity Fair: Deb Haaland, la prima nativa americana nel governo degli Usa
AMELIA SETTELE

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