Irma Grese, “la Bestia Bionda” di Auschwitz

Irma Grese, “la Bestia Bionda” di Auschwitz

(Irma Grese) Articolo scritto da Amelia Settele per Persone e Storie, Fatti e società e La Forza di indignarsi Ancora

Ascolta “La Forza di Indignarsi Ancora. Puntata 2 – Irma Grese, “la Bestia Bionda” di Auschwitz” su Spreaker.

L’Olocausto perpetrato dal Terzo Reich tra il 1933 (ascesa al potere di Hitler) e il 1945 (27 Gennaio 1945, liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa), portò alla morte di oltre 17 milioni di persone: donne, uomini, bambini.

17 milioni di persone: ebrei, Rom, omosessuali, malati mentali, dissidenti politici, testimoni di Geova, infermi.

Si è giustamente spinti a pensare alla vittime, ai nomi, alle sembianze.

Il più delle volte sono nomi che evocano futuri mai vissuti, vite spezzate, corpi mai ritrovati.

Famiglie distrutte, legami annientati, tra la polvere da sparo e il delirio dei folli.

Quello che perpetrò il regime nazista nel mondo è ancora oggi un macigno che incombe sulle pagine della storia dell’uomo.

Irma Grese. La bestia bionda

Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo.

Ed è giusto anche ricordare chi non è stato vittima, ma carnefice.

Perché il male ha un volto, occhi, espressioni e carattere.

Irma Grese

A rappresentarlo in questo spicchio di racconto è una ragazza tedesca, passata alla storia con più appellativi.

Uno più infausto dell’altro: “la bestia bionda”, “la iena”, “la bella bestia”.

Lei si chiamava Irma Grese ed è stata una delle carceriere più efferate e crudeli di Auschwitz.

Irma Grese. Un passato difficile

Irma nasce a Wrechen in Germania, il 7 Ottobre 1923.

Sin da bambina sogna di divenire infermiera, ha un carattere timido e riservato.

Nel 1936 tutto cambia nella sua vita, quando la madre si suicida.

Un lutto dilaniante che la colpisce nell’età dell’adolescenza e dal quale si susseguono importanti cambiamenti.

Da giovane mite e tranquilla, diventa spietata e senza scrupoli.

Hanno inizio problemi comportamentali anche con i suoi coetanei, tanto da spingerla a ritirarsi da scuola a soli 15 anni.

Pur vivendo con il padre – fervente oppositore di Hitler – Irma è completamente soggiogata dall’ideologia nazista.

Nel Fuhrer e nelle sue promesse, crede di poter realizzare la propria vita.

Irma Grese. L’adesione al nazismo

S’iscrive alla Lega delle ragazze tedesche (Bund Deutscher Mädel), un’organizzazione di giovani Naziste.

Tenta di concretizzare il suo sogno d’indossare la divisa d’infermiera senza riuscirci, mai.

Ma le scelte che intraprese la portano sì a vestire una livrea, ma la più pericolosa e maledetta: quella delle SS.

A 19 anni inizia a lavorare come guardia nel campo di concentramento femminile di Ravensbruck.

Grazie alle sue “doti”, fa presto carriera e solo un anno dopo viene trasferita ad Auschwitz.

Irma Grese

Luogo dove il suo nome e le sue crudeltà diventano un connubio mortale per i prigionieri, e motivo di vanto tra i gerarchi nazisti.

Quando il padre viene a sapere del trasferimento della figlia e delle sue mansioni nel campo di concentramento, la caccia di casa.

Lei lo denuncia e l’uomo viene recluso.

Irma indossando quell’uniforme, dona il peggio di sé perpetrando torture e indicibili nefandezze su donne e bambini.

Irma Grese. Sadica, crudele, efferata

Sul suo volto, sino alla fine, non traspare dubbio o colpa.

Irma svolge il suo “lavoro” con dedizione, passione e malefica capacità.

Riesce a conquistare l’ambito grado (tra le donne SS) di: Supervisore Capo.

I sopravvissuti raccontano che “La Bestia Bionda” era la più temibile, capace d’infliggere torture sino a quando non vedeva la vittima prescelta esalare l’ultimo respiro.

Amava scegliere le prigioniere da spedire nelle camere a gas soprattutto per la loro bellezza.

Picchiava, violentava le donne costringendo alcune di esse ad assistere allo scempio, allo stupro delle proprie malcapitate compagne.

Arrivò a sciogliere i cani – lasciati senza razioni per giorni – per farli cibare delle carni dei prigionieri.

Irma Grese. Il mostro in mezzo ai mostri

I suoi stessi colleghi la definivano crudele.

Osò essere il mostro, in mezzo ai mostri.

Testimonianze affermano che fu sempre lei a far montare dei paralumi creati con la pelle dei deportati.

Nefandezze, espressioni di una disumanità pari a pochi che le permisero di scalare i vertici del potere nazista all’interno dei campi di concentramento di Ravensbruck, Auschwitz e Bergen-Belsen.

Venne arrestata dall’esercito Britannico il 17 Aprile del 1945, insieme ad altre SS.

Durante tutto il processo di Belsen, non ebbe mai un attimo di pentimento.

Irma Grese

Fiera, concreta e insolente non rinnegò mai i suoi ideali né le sue decisioni.

Venne condannata alla pena massima: impiccagione come criminale di guerra

Aveva 22 anni al momento dell’esecuzione, le sue ultime parole furono: “Schnell” (rapidamente).

Quella rapidità che non offriva mai alle proprie vittime, per le quali godeva nel seviziarle.


Fonti:

  • Gulliber: La bella Bestia di Auschwitz
  • Berlino Magazine: Irma Grese, la Bella Bestia di Belsen
  • Bet Magazine Mosaico: Nazismo al femminile: Irma Grese e le altre
AMELIA SETTELE, Bolivia

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I film per non dimenticare

(Film per non dimenticare) Articolo scritto della dottoressa Ilena Aprea per Pillole di Cultura e La Forza di indignarsi Ancora

Ascolta “La Forza di Indignarsi Ancora. Puntata 2 – I film per non dimenticare” su Spreaker.

Nel giorno della memoria alcuni film per non dimenticare e far sì che rimanga scolpito nei nostri cuori il ricordo di quanto accaduto.

SOMMARIO

In questa giornata così importante per il mondo intero, oggi scriverò il mio articolo in veste di appassionata di film e di cinema.

Non si possono non ricordare quelli che possono essere considerati dei capolavori sul tema della Shoah come Schindler’s list, La vita è bella e Il diario di Anna Frank.

Film per non dimenticare. Schindler’s List

Il primo è un film del 1993 diretto da Steven Spielberg e magistralmente interpretato da Liam Neeson (Oskar Schindler) Ben Kingsley (Itzhak Stern) e Ralph Fiennes (Amon Göth).

È ispirato al romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally, basato sulla storia vera di Oskar Schindler.

Con questo film Spielberg ottenne il definitivo riconoscimento internazionale e assurse all’olimpo dei registi di Hollywood.

Tanto che gli valse la conquista di ben sette statuette ai Premi Oscar su dodici nonination.

Tra le quali quelle per il miglior film e per la miglior regia.

A tutt’oggi Schindler’s list viene considerato uno dei film più riusciti e più importanti di tutta la filmografia americana.

Grazie a una parte degli incassi del film Spielberg costituì la Survivors of the Shoah Visual History Foundation.

Un’organizzazione no-profit che ha come scopo la raccolta e la conservazione grazie ad audio e video delle testimonianze di oltre cinquantamila sopravvissuti all’Olocausto.

Film per non dimenticare

Alcune di esse si ritrovano nei contenuti extra del DVD.

Peculiarità del film è quella di essere stato girato interamente in bianco e nero.

Tranne che per quattro scene, a partire da quella iniziale, nella quale si vedono due candele che si spengono.

La storia è ambientata nel 1939 a Cracovia, poco dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nella Polonia occupata dai nazisti gli ebrei vengono radunati nei ghetti, tra i quali proprio quello di Cracovia.

Quella concentrazione di manodopera a basso costo diede l’idea all’imprenditore tedesco Oskar Schindler di aprire un’attività nella città polacca.

Approfittando del divieto imposto agli ebrei di avere o gestire attività commerciali Schindler s’ingegnò per trovare il denaro necessario ad aprire un’azienda.

La sua idea era quella di produrre pentole e tegami grazie a un appalto ottenuto dall’esercito tedesco.

Grazie a quell’attività Schindler riuscì nel tempo ad assumere un gran numero di ebrei salvandoli così dai lager nazisti.

Film per non dimenticare. La vita è bella

La vita è bella è un film del 1997 diretto e interpretato da Roberto Benigni.

Su sette candidature ha vinto ben tre Premi Oscar.

Film per non dimenticare

Come Miglior Film Straniero.

Come Miglior Attore Protagonista (Benigni stesso).

Come Miglior Colonna Sonora (Nicola Piovani).

Ha avuto così tanto successo da essere considerato uno dei film italiani più noti e apprezzati nel mondo.

Inoltre è la pellicola che ha permesso a Roberto Benigni di essere riconosciuto anche a livello internazionale.

Il film narra le vicende di un ebreo italiano di nome Guido, il quale viene deportato in un campo di concentramento nazista insieme alla famiglia.

Di spirito allegro Guido s’ingegna per cercare di proteggere il figlio piccolo dagli orri del lager.

Inventa così un gioco nel quale tutto ciò che vedono all’interno di quel campo diviene parte di un grande gioco fantastico che li vede protagonisti.

Lo scopo del gioco è quello di riuscire a supere ardue prove dimostrando così di poter ambire a conquistare il premio spettante a chi riesca a giungere alla fine.

Film per non dimenticare. Il diario di Anna Frank

Infine un altro film degno di nota è Il diario di Anna Frank del 1959 diretto da George Stevens.

Presentato in concorso al 12º Festival di Cannes e vincitore di tre Premi Oscar (migliore attrice non protagonista, migliore fotografia b/n, migliore scenografia b/n).

Il film, basato sull’adattamento teatrale del diario, è stato girato a 14 anni di distanza dalla morte di Anna Frank ed è ambientato ad Amsterdam.

Film per non dimenticare

Siamo nel 1945 e Otto Frank, l’unico sopravvissuto della sua famiglia, ritorna dal campo di sterminio in cui era stato deportato.

Arrivato nella soffitta dove si era nascosto pochi anni prima insieme alle figlie Anna e Margot e alla moglie Edith ritrova il diario scritto da sua figlia Anna.

Nel leggerlo i suoi pensieri tornano al 1942.

Quando cercarono di sfuggire alla polizia nazista, chiamata polizia verde, nome non ufficiale della polizia ordinaria.

Si rifugiarono, grazie all’aiuto di Miep e del signor Kraler, amici e suoi ex dipendenti, in una soffitta che si trovava sopra una fabbrica di spezie, di sua proprietà nel centro di Amsterdam.

Curioso sottolineare come Millie Perkins, l’attrice che interpretò Anna Frank, sia stata scelta.

Pare che fosse a Parigi per lavorare come una modella quando ricevette l’invito del regista per un provino.

George Stevens l’aveva infatti notata su una copertina e subito aveva pensato che fosse l’attrice giusta per il ruolo

La Perkins non voleva partecipare alle riprese anche perché dichiarò di non aver mai letto il libro e di non sapere nulla sulla Shoah.

Nonostante ciò fu indotta dalla famiglia e dal fidanzato a sostenere quel provino che la consacrò al cinema nei panni di Anna Frank.

In verità la prima scelta per quel ruolo avrebbe dovuto essere Audrey Hepburn, a quel tempo già una diva di Hollywood.

La Hepburn rifiutò il ruolo per via dell’età poco congrua con quella della giovanissima Anna Frank che avrebbe dovuto interpretare.

Inoltre l’attrice asserì di sentirsi troppo coinvolta dalla vicenda avendo vissuto proprio ad Amsterdam durante la Seconda Guerra Mondiale.

E avendo vissuto le restrizioni dei nazisti in prima persona girare quella pellicola sarebbe stato troppo doloroso per lei.

Avrebbe riaperto una ferita interna che l’attrice preferì invece non toccare rievocando quei ricordi.

Film per non dimenticare. Altri film da non perdere

Molti altri altri sarebbero i film dedicati al tema della Shoah che varrebbe la pena vedere.

Ne cito solo alcuni tra i quali Il pianista, Il bambino con il pigiama a righe e La scelta di Sophie con una intensa interpretazione della bravissima Maryl Streep.

Vorrei concludere con l’incipit di un libro di Liliana Segre dal titolo Scolpitelo nel vostro cuore del 2018.

“Se sono qui, a raccontare questa lunga storia, è per i ragazzi. Solo per loro. E vorrei vedervi uno a uno, voi, lettori giovani, vorrei guardare i vostri occhi, che sono così importanti.”

(Liliana Segre 2018)

Fonti:

  • https://it.m.wikipedia.org/wiki/Schindler’s List
  • https://it.m.wikipedia.org/wiki/La_vita è_bella
  • https://it.m.wikipedia.org/wiki/ IlDiario_di_Anna_Frank
  • Liliana Segre, Scolpiscilo nel tuo cuore, 2018

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Ethnic Minorities (words to understand the War in Ukraine)

(Ethnic Minorities) Article written by E.T.A. Egeskov for Politics and geopolitics

The war in Ukraine has brought to light the long-standing problem of ethnic minorities, which have often been used as a pretext to trigger international crises if not outright wars.

SUMMARY

Due to a wicked policy of displacement of entire populations from their territories of origin to other parts of the former USSR, the former states of the dissolved Soviet Union almost all had to deal with the cumbersome problem of ethnic minorities.

Especially those of Russian language and culture who always aspire to reunite with the motherland, the Great Russia of Moscow.

Ethnic minorities. The precedent of the former Yugoslavia

Those who are no longer very young will undoubtedly remember the terrible Balkans wars that shook Europe in the middle of the 90s.

The war arose from the dissolution of the Yugoslav Federation and the simultaneous birth of nation states, first and foremost Serbia and Croatia.

And it was precisely for ethnic-religious reasons that Serbia and Croatia found themselves in conflict.

With the addition of that melting pot of ethnicities and religions that is Bosnia and Herzegovina with the martyred city of Sarajevo first of all.

A corner of Europe that is the result of history, a crossroads of conquests and dominations stratified over the centuries.

The mixing of peoples and ethnic groups was also the result of precise political choices made by the then dictator of the former Yugoslavia, Tito.

Ethnic minorities. Divide et Impera

Divide et Impera” (divide and rule) has always been a good adage for those in power and in charge.

Moving groups of populations to territories occupied by other peoples was considered by the Yugoslav leadership to be a good way to hold together a country that was not a nation.

Ethnic Minorities
Ethnic Minorities

At least until everything collapsed, until the communist regime fell apart and gave way to the nationalistic-religious demands that inevitably led to conflict.

In the former Soviet Union, Stalin, a de facto dictator if not in name, also used the same system..

He “deported” millions of people from one territory to another in the same way that Tito had operated in Yugoslavia.

Or by moving the borders of the Socialist Republics that made up the USSR, incorporating portions of territory that historically had belonged to other peoples.

This is why Crimea, which has always been linked to Russia, becomes part of Ukraine.

While Transnistria, an unknown eastern region of Moldova, is populated by Russian peoples.

As long as the Soviet regime lasted, little changed, so much so that all power was centralized in Moscow and in the organ of the Communist Party.

But after the dissolution of the USSR and the birth of nation states, ethnic issues began to explode.

In Ukraine, the thorniest issue has always been the Donbass.

Territory in the far east of Ukraine, inhabited by Russian-speaking and Russophile populations for the most part, and therefore a source of contention between Russia and Ukraine over ethnic issues.

Ethnic minorities. The Real Reasons of the Russians

Although to tell the truth, the ultimate reasons for the dispute are mainly economic, namely the mines of which the Donbass is rich.

So much so that in the city of Mariupol, now completely destroyed by the Russians, there was the largest steel mill in Europe.

Azovstal became infamous for the heroic resistance of the Azov Brigade.

There he barricaded himself for weeks in a vain attempt to defend that Ukrainian garrison surrounded by overwhelming Russian armed forces.

The defense of Russian populations in Ukraine has given Putin a way to find an excuse, at least for his domestic public opinion, to invade Ukraine.

When the time comes to negotiate peace, the protection of ethnic minorities must be borne in mind.

In Ukraine but not only, the issue will have to be placed at the top of the list to avoid new future wars.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Presidenziali USA, un rebus elettorale difficile da capire

(Presidenziali USA) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Politica e Geopolitica

Ascolta “Politica e Geopolitica. Puntata 1 – Presidenziali USA, un rebus elettorale difficile da capire” su Spreaker.

Sono iniziate in questo mese di gennaio le primarie per la scelta dei candidati per l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America che fra poco meno di un anno si insedierà alla Casa Bianca.

SOMMARIO

Prima di cercare di dipanare la complessa matassa di come si svolgono le elezioni americane è doveroso precisare chi ha diritto al voto.

Contrariamente a quanto accade nella maggior parte degli stati democratici, Italia compresa, non è lo stato americano a inviare le tessere elettorali.

Sono invece i singoli cittadini che devono prendersi la briga di registrarsi nelle liste elettorali.

Pena l’impossibilità di votare a novembre per l’elezione del presidente degli USA.

Presidenziali USA. Democratici o Repubblicani?

Una delle caratteristiche peculiari del sistema politico americano è quello, di fatto, di essere diviso fra due soli partiti.

Il partito Democratico (che noi chiameremmo progressista) e quello Repubblicano (per noi conservatore).

Presidenziali USA

Diversamente da quanto accade in Italia i partiti americani non hanno un grande peso nella vita politica quotidiana.

Diventano però determinanti in vista delle elezioni presidenziali soprattutto per determinarne i candidati.

Presidenziali USA. Le primarie

Le primarie sono una caratteristica tipica del sistema elettorale americano.

Riguardano ciascuno dei due partiti e sono regolamentate in modo differente stato per stato.

Occorre ricordare che gli USA si compongono di 50 stati federati fra loro ma che mantengono ampie autonomie interne.

Compreso tutto ciò che riguarda il sistema elettorale.

Ogni stato designa suoi rapprentanti alle due convention nationali, quella democratica e quella repubblicana.

In ognuna delle due sedi i rappresentanti voteranno il candidato che dovrà gareggiare per la presidenza.

Sebbene la scelta non sia vincolante in modo assoluto è prassi che il candidato che vince nello stato sia quello che sarà votato dai rappresentanti di quello stato.

Il candidato democratico che otterrà più voti alla convention nazionale dei democratici sarà il candidato presidente per i democratici.

La stessa cosa avviene per i repubblicani che scelgono in modo analogo il loro candidato

Presidenziali USA. I Grandi Elettori

Pur essendo una democrazia presidenziale quella americana ha la peculiarità che il presidente non è scelto direttamente grazie al voto popolare.

Infatti gli elettori, stato per stato, votano per il candidato scelto.

Il candidato che ottiene il maggior numero dei voti ottiene il corrispettivo di Grandi Elettori spettanti a quello stato.

Almeno nella gran parte dei casi, salvo alcune piccole eccezioni.

Ma chi sono i Grandi Elettori?

In pratica è lo stesso principio delle primarie.

Ogni stato ha a disposizione un numero di Grandi Elettori proporzionale alla sua popolazione.

Se in uno stato vince il candidato democratico tutti i Grandi Elettori andranno al candidato democratico.

Inversamente se a vincere è il candidato repubblicano si prende tutti i Grandi Elettori di quello stato.

Presidenziali USA. Rosso o Blu?

Tradizionalmente i due partiti vengono identificati con un colore.

Rosso per i repubblicani, blu per i democratici.

Prima o poi a chiunque sarà capitato di vedere la mappa degli USA colorata di rosso e di blu, stato per stato.

Quella mappa indica la prevalenza di un partito o dell’altro in ogni singolo stato.

Dunque il vincitore della contesa elettore presidenziale non è detto che sia il candidato che ha ottenuto più voti ai seggi.

Infatti può capitare che un candidato ottenga meno voti popolari ma che sia eletto presidente degli USA.

Questo perché magari ha ottenuto la vittoria in alcuni stati molto popolosi che garantiscono un numero di Grandi Elettori maggiori.

E magari quelle vittorie a livello statale le ha ottenute per poche migliaia di voti.

Ma visto il sistema elettorale maggioritario assoluto chi vince si prende tutto.

Presidenziali USA. Solo per chi è nato cittadino americano

Per potersi candidare alla presidenza degli USA occorre aver compiuto 35 anni e risiedere negli Stati Uniti da almeno 14 anni.

Ma soprattutto occorre essere nati cittadini americani.

Chiunque non sia nato cittadino americano ma lo sia diventato in seguito è escluso dalla corsa alla presidenza.

Clamorosa fu l’accusa rivolta a Barak Obama di non essere nato cittadino americano.

Allora fu Donald Trump a fomentare i dubbi in proposito, dubbi che sono peraltro stati ampiamente fugati.

Sebbene molti sostenitori del partito conservatore ancora oggi dubitino che Obama fosse eleggibile.

D’altro canto proprio in giorni giorni lo stesso Donald Trump ha sollevato dubbi sulla cittadinanza americana dalla nascita di Nikki Haley, sua rivale alle primarie repubblicane.

Presidenziali USA. Elezioni che interessano il mondo intero

Va da sé che le elezioni in un paese importante come gli Stati Uniti d’America interessino un po’ tutto il mondo.

Varrebbe lo stesso per Russia e Cina se già non si conoscessero i vincitori a priori!

Quelle di quest’anno negli USA sono però elezioni particolarmente sentite.

Perché i due probabili contendenti dovrebbero essere, salvo soprese, Joe Biden e Donald Trump.

Se quattro anni fa Biden a sopresa battè il favorito Trump (allora presidente uscente) oggi i sondaggi sono a favore del repubblicano.

E vista la situazione politica internazionale con la crisi ucraina, quella di Gaza e la situazione a Taiwan le elezioni USA sono attese con trepidazione da molti.

La riconferma di Joe Biden alla Casa Bianca lascerebbe tutto più o meno com’è ora.

Mentre il ritorno di Donald Trump alla presidenza lascia aperti interrogativi ed incognite su cosa faranno gli USA in politica internazionale.

A partire dall’Ucraina che potrebbe anche essere “abbandonata” al suo destino.

Per non parlare della crisi di Gaza dove Trump non ha mai nascosto le sue simpatie per l’estrema destra israeliana.

C’è poi l’incognita Cina, contro la quale Trump ha sempre tuonato a parole ma con la quale ha intessuto rapporti finanziari anche personali piuttosto discutibili.

Presidenziali USA. Una lunga corsa, forse non priva di sorprese

Siamo solamente all’inizio di questa lunga corsa e solo dal mese di marzo, con il Super Tuesday, forse si potrà cominciare a capire qualcosa di più sulle forze in campo, su un fronte come sull’altro.

Ci sono poi le inchieste giudiziarie a pesare come macigni.

Donald Trump è già stato escluso dalla corsa elettorale in Colorado a seguito delle vicende del 6 gennaio 2021 (assalto a Capitol Hill).

Si attende il ricorso alla Corte Suprema e nel frattempo altri stati stanno decidendo in merito.

Vi sono poi processi per reati finanziari che vedono imputato l’ex presidente americano.

Il quale però dovrà temere più di tutto il processo proprio sull’assalto a Capitol Hill.

Se tale processo dovesse giungere a termine prima delle elezioni e lo vedesse condannato perderebbe il diritto a concorrere alla presidenza.

Non ci vuole un genio per prevedere cosa potrebbe accadere nelle piazze americane con una simile risultanza.

Sul fronte democratico Joe Biden rischia un impeachment (poco probabile) che potrebbe nuocergli sul piano elettorale.

Ma soprattutto sono i guai giudiziari del figlio ad avergli fatto perdere il favore di parte del suo stesso elettorato.

Per non parlare delle gaffe che spesso compie in pubblico e dell’età che non gioca a suo favore.

Quello dell’età è un problema anche di Donald Trump, così come delle gaffe e di certi spaesamenti che non lasciano ben sperare.

Pensare che il futuro del mondo e dell’arsenale atomico più agguerrito sia nelle mani di due “vecchietti” confusi non ci lascia tanto tranquilli.

E la democrazia a stelle e strisce non ne esce granché bene, comunque andrà a finire!

Foto di Larisa da Pixabay

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Extended Families, directly from the Italian Renaissance

(Extended Families) Article written by Mos Maiorum for Culture Pills

Many believe that the concept of extended families is a prerogative of our modern times.

History teaches us that it is actually a much older and more deep-rooted concept than we think.

A textbook example of extended families that comes directly from Renaissance Milan

It is well known that throughout the Middle Ages and even in the Renaissance, nobles had illegitimate children.

Children who were sometimes legitimized later.

Especially when they needed an heir because maybe there wasn’t a legitimate one ready to inherit the noble title.

Extended families

In that case, the so-called “bastards” could have been part of the family in their own right.

In other cases, it was not just a male heir’s discourse that led to the legitimization of children born out of wedlock.

Extended families such as that of Galezzo Maria Sforza

The case of Galeazzo Maria Sforza is a bit peculiar also for the time since everyone at the court of Milan knew that he had a permanent mistress, Lucrezia Landriani.

A lover with whom he had four children (including Caterina Sforza, the Tygre of Forlì), a lover whom Galeazzo Maria himself had married to one of his most faithful subordinates, Gian Piero Landriani.

All to give a surname and a future to those children he had not wanted to recognize.

After Galeazzo Maria’s marriage to Bona di Savoia, she not only recognized the four children she had with Landriani, but also Bona of Savoy herself adopted them and treated them as her own children.

Including Catherine, who would later become the granddaughter of Papa Sisto IV.

The modernity of the Middle Ages

An example of how prejudices are sometimes misleading is when people are told that the Middle Ages were a dark and repressive time.

Perhaps the example of the Sforza court could make us reflect on how even today there are prejudices against extended families.

Prejudices that certainly had no reason to exist in that fifteenth century.

Photo by Dimitris Vetsikas from Pixabay

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Happy Days. 50 anni fa la prima puntata della sit-com

(Happy Days) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Pillole di Cultura

Debuttava il 15 gennaio del 1974 una serie televisiva che avrebbe fatto epoca: Happy Days. Una sit-com ambientata a Milwaukee che vedeva protagonista la famiglia Cunningham.

SOMMARIO

Difficilmente qualcuno può dire di non aver mai visto, o almeno sentito parlare di Happy Days.

Non foss’altro per la sua iconica sigla che rimandava direttamente al rock’n’roll degli anni ’50.

O per almeno alcuni dei personaggi che hanno popolato la serie.

Uno su tutti Artur Fonzarelli, detto Fonzie.

Happy Days. Garry Marshall

La sit-com ambientata nella città di Milwaukee è stata ideata da Garry Marshall, uno che di successi ne ha accomulati tanti.

Come attore Marshall lo ricordiamo nella pellicol “Mai stata baciata”, “Corsa a Witch Mountain” e in molte altri film e serie tv.

Della sua ampia filmografia come registra giusto ricordare almeno “L’ospedale più pazzo del mondo”, “Pretty Woman”, “Se scappi, ti sposo”.

Ma anche “Pretty Princess”, “Principe azzurro cercasi”, “Appuntamento con l’amore” e “Capodanno a New York”.

Ma è come produttore che ha lasciato davvero un segno indelebile.

Oltre ad aver prodotto “Lavernie & Shirley” e “Mork & Mindy” deve il suo successo alla fortuna serie “Happy Day”.

Happy Day. La serie

La serie è andata in onda a partire dal 1974 debuttando il 15 gennaio ed è proseguita sino al 24 settembre del 1984.

Ne sono state realizzate 11 stagioni per un totale di 255 puntate della durata di circa 24 minuti ciascuna.

Negli Stati Uniti andò in onda sul canale ABC che ne era anche la casa di produzione.

In Italia è stato trasmesso solo a partire dal 1977 ed è andato in onda consecutivamente sino al 1987.

Happy Days

Precisamente Su Rai 1 le stagioni dalla 1 alla 9 e la stagione 11.

Mentre la stagione 10 è andata in onda sulla rete privata Canale 5 di Mediaset.

Si tratta di una classica sit-com americana, che vede protagonista una famiglia, i Cunningham.

Intorno ai membri di questa famiglia media americana si sviluppano le trame e interagiscono i vari personaggi.

Happy Days. Gli anni ’50

Il punto di forza principale della serie stava nell’ambientazione temporale.

Infatti la sit-com si svolge in una ipotetica Milwaukee degli anni ’50 (sul finire) e poi agli inizi degli anni ’60.

La si arguisce subito grazie all’iconica sigla con il disco che gira e la musica in sottofondo, riconoscibilissima.

Bastano pochi fotogrammi di ogni puntata per osservare i vestiti, le auto, le pettinature.

Tutto riporta a un ideale tempo magico del benessere economico americano.

Quel dopoguerra che si apriva al futuro, che portava i giovani ad uscire dal conformismo dei genitori a suon di rock’n’roll.

I protagonisti sono emblematici del loro tempo e ben idealizzati tanto da esserne diventati delle vere icone.

Happy Days. La famiglia Cunningham

Al centro di tutte le vicende ci sono le vicissitudini della famiglia Cunningham, esempio perfetto del ceto medio americano degli anni ’50.

Milkwakee è una tipica città americana, non piccola ma nemmeno una metropoli.

Dunque perfetta per ospitare la vita degli americani medi del boom economico.

La famiglia Cunningham è composta dal padre (Howard), dalla madre (Marion) e da tre figli (Charles, Richard e Joanie).

Howard Cunningham è il prototipo del padre americano, laborioso, severo ma non troppo, bonaccione, interpretato dall’attore Tom Bosley

Marion è la madre e la moglie ideale di quegli anni. Premurosa ma anche capace di guardare un po’ oltre rispetto al marito, interpretata dall’attrice Marion Ross.

Charles (Chuck) è il figlio maggiore. Si vede poco (stagione 1-2) perché poi parte per il college.

Joanie (Sottiletta) è la figlia più piccola, ancora adolescente all’inizio della serie, interpretata da Erin Moran.

Richard (Richie) è il vero protagonista della serie, insieme ai suoi amici costituisce il nucleo centrale delle storie. Richard è interpretato da Ron Howard

Happy Days. Gli amici

Oltre al ruolo centrale della famiglia Cunningham risultano essere molto importanti anche gli amici di Richie.

A partire da Potsie (Warren Weber, interpretato da Anson Williams), inizialmente il miglior amico di Richard.

Sveglio e disincantato fa da contraltare a Richie che risulta essere invece timido e impacciato.

Nell’evolversi delle serie Potsie viene sostituito man mano, nelle grazie di Richie, da Fonzie e così diventa il miglior amico di Ralph.

Ralph Malph inizialmente era solo una figura ricorrente, ma dalla seconda stagione finì con l’assumure un ruolo importante.

Era il clown della compagnia, scanzonato e un po’ sopra le righe, diventerà il miglior amico di Potsie.

Specialmente dopo che il ruolo di miglior amico di Richie, inizialmente proprio di Potsie, verrà soppiantato da Fonzie.

Happy Days. Fonzie

Inizialmente Artur Fonzarelli avrebbe dovuto essere una figura secondaria nella serie.

Una specie di bullo che si atteggia a James Dean, con tanto di giubbotto in pelle e moto cromata.

L’interpretazione di Henry Winkler diede modo al personaggio di ricavarsi uno spazio ben definito, tanto da esserne diventato uno dei veri protagonisti.

A partire dalla terza stagione Fonzie si trasferisce a vivere sopra il garage dei Cunningham e diventa, via via, il miglior amico di Richie Cunningham.

I due sono quanto di più diverso fra loro possa esistere, eppure nasce un’amicizia profonda e un rispetto reciproco.

Fonzie è un dongiovanni d’altri tempi. Le ragazze cadono ai suoi piedi.

Basta che schiocchi le dita e qualunque “bella” ragazza nei dintorni gli si presenta adorante.

Fonzie rappresenta un personaggio complesso, sicuramente con un’aurea negativa al principio, ma via via sempre più integrato con la società.

Il tutto grazie soprattutto all’amicizia con Richard Cunningham.

Il classico saluto alla “fonzarelli” con i due pollici alzati estendendo entrambe le braccia è diventato iconico anche al di là della serie.

Happy Days. Un cast memorabile

La fortuna della serie è dovuta a tanti fattori, non ultimi gli attori che compongono il cast.

Tom Bosley è perfetto nel ruolo del padre, ironico, scanzonato, premuroso, disincanto. L’americano medio perfetto.

Marion Ross è sublime nel ruolo della madre, sembra davvero la perfetta donna anni ’50.

Arson Wilson incarna benissimo il giovane americano di provincia di quegli anni.

Da notare che l’attore dopo un’onesta carriera come attore è diventato un’importante regista.

Erin Moran ha dato vita al pesonaggio femminile più azzeccato della serie, quello di Joanie “sottiletta” Cunningham.

Disincanta sorellina minore di Richie, la Joanie di Erin Moran è al tempo stesso la classica ragazzina acqua e sapone di quegli anni, non priva però di scaltrezza femminile.

Henry Winkler è arcinoto per il ruolo di Fonzie (Artur Fonzarelli) anche se da tempo ormai si dedica a realizzare libri illustrati per bambini.

Infine Ron Howard che interpretata Richie Cunningham, il fulcro fra tutti i personaggi protagonisti.

Definito l’enfant prodige di Hollywood Ron Howard ha collezionato una filmografia di tutto rispetto fra cinema e televisione come attore.

Ma è stato dietro la macchina da presa, come regista, che ha saputo diventare un vero e proprio gigante.

Era partito con un film il cui titolo dice già tutto: “Attenti a quella pazza Rolls Royce” del 1977.

In ordine cronologico ricordiamo anche “Splash. Una sirena a New York”, “Cocoon. L’energia dell’universo”, “Cuori ribelli”.

Saltando qua e là come dimenticare: “Apollo 13”, “Il Grinch”, “The Missing”, “Il Codice Da Vinci”, senza dimenticare “Rush”.

Happy Days. Spin-off

La serie è stata di così grande successo e i suoi personaggi, protagonisti e comprimari, così azzeccati che ha generato numerosi spin-off.

A partire da quello più famoso di tutti “Mork & Mindy” con un giovanissimo Robin Williams che interpreta l’alieno venuto da Ork.

Fu proprio durante un’episodio di Happy Days che debuttò l’alieno Mork interpretato da Robin Williams.

Un altro spin-off famoso fu Lavernie & Shirley, conosciute in alcuni episodi della sit-com in quanto “ragazze” di Richie e Fonzie.

Jenny e Cachi, ovvero la storia di Joanie “sottiletta” Cunningham e Cachi Arcola (cugino di Fonzie), prima fidanzati e poi marito e moglie nell’ultima stagione della sit-com originale.

Altri due spin-off furono “Le ragazze di Bransky” e “Out of the blue

Curioso sottolineare come lo stesso Happy Days fosse in realtà uno spin-off a sua volta della serie tv “Love, American Style”.

Nell’episodio 22 (ogni episodio era slegato dagli altri) c’è il pilot (puntata 0) di quello che sarebbe diventato happy Days.

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Diomede: poche bracciate di nuoto separano USA e Russia

(Diomede) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Pillole di Cultura

Solo 3,8 chilometri separano le due isole Diomede, ma oltre ad avere 21 ore di fuso orario appartengono anche a due “mondi” differenti.

SOMMARIO

Quando si pensa alla Guerra Fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica il pensiero va subito al muro di Berlino.

Al ponte delle spie e alla Cortina di Ferra che divideva in due l’Europa, a Ovest con gli Usa, a est con l’URSS.

Pochi sanno che le due superpotenze si spiavano vicendevolmente da pochi chilometri di distanza.

Meno di quattro per l’esattezza, ma da tutt’altra parte del mondo rispetto all’Europa.

Diomede. Lo stretto di Bering

Fino al 1648 nessuno sapeva dell’esistenza di un braccio di mare che separava il continente nordamericano da quello asiatico.

Fu il comandante Semen Dežnëv che esplorò l’estremità orientale della Siberia per conto dello zar a scoprire per primo il braccio di mare.

Ma a quel punto nemmeno se ne rese conto e la scoperta non fu mai dichiarata come tale.

Almeno sino al 1728 quando il comandante Vitus Bering bordeggiò le coste della Kamckacta.

Per questo motivo più tardi a lui fu intitolato lo stretto che porta il suo nome.

Quello stretto braccio di mare (meno di 100 km) risultava spesso ghiacciato e per questo motivo non se ne conosceva l’esistenza.

Diomede. L’Alaska russa

Quello che oggi è lo stato più settentrionale degli USA fino al 1867 era in realtà territorio dell’Impero Russo.

Fu lo zar Alessandro II a vendere l’immenso territorio ghiacciato dell’Alaska agli Stati Uniti.

Quello che nell’Ottocento parve ai russi un affarone potrebbe essere stato l’affare più fallimentare della storia fra nazioni.

Diomede
Diomede Grande (a sinistra) e Diomede Piccola (a destra)

Infatti solo più tardi si sarebbe scoperto che quell’immenso territorio inospitale custodiva nel suo sottosuolo immense ricchezze.

Dall’oro al petrolio, ancora oggi il 49° Stato dell’Unione è uno dei più ricchi nonostante sia soltanto il 48° per numero di popolazione.

Davanti solo a Vermont e Wyoming oltre al District of Columbia.

Diomede. Le isole

Proprio nel mezzo dello stretto di Bering sono poste due piccole isole rocciose.

Una, chiamata Diomede Grande, ha una superficie di circa 29 km².

L’altra, invece, nominata Diomede Piccola, consta di soli 6 km².

Il loro nome non è un omaggio alla mitologia classica ma al martire omonimo di Tarso.

Ricorrenza che gli ortodossi festeggiano il 17 agosto.

E proprio in quella data il comandante Bering documentò l’esistenza delle isole che pertanto furono battezzate con il nome del martire.

Estremamente inospitali le due isole non offrono granché, vista anche la latitudine alla quale sono poste.

Esse sono infatti prossime al Circolo Polare Artico.

Diomede. Divise dalla Guerra Fredda

Quando nel 1867 lo zar Alessandro II vendette agli Stati Uniti d’America il territorio dell’Alaska fu deciso che le due isole fossero separate.

Così l’isola più occidentale, chiamata Diomede Grande, restò alla Russia.

Mentre l’isola più orientale, denominata Diomede Piccola, andò con l’Alaska continentale agli Stati Uniti.

In mezzo fra le isole uno stretto di mare largo circa 3,8 chilometri che le separa.

Quando dopo la seconda Guerra Mondiale scoppiò la cosidetta Guerra Fredda anche le due isole furono coinvolte.

Essendo ognuna delle due isole il territorio “nemico” più vicino per ciascuna nazione entrambe divennero un punto strategico.

Su ognuna delle due isole furono installate apparecchiature di sorveglianza e installazioni militari.

Per questo motivo i nativi Yoruk, che popolavano l’isola russa, furono costretti dal governo sovietico ad abbandonarla.

Essendo diventata l’isola un luogo esclusivamente militare.

Diomede. Così vicine, così lontane

Le due isole distano così poco che un’americana di nome Lynne Cox raggiunse l’altra isola dopo solo due ore di nuotata.

Ma per un certo verso sono anche così lontane giacché sono separate da ben ventuno ore di fuso orario.

Perché quella Grande (russa) è a ovest della Linea del Cambiamento di Data.

Mentre quella Piccola (americana) è a est della medesima linea immaginaria che stabilisce la nascita del nuovo giorno.

Infatti le isole, essendo situate a 169° Est, risultano essere le terre più a Oriente del Meridiano di Greenwich.

Anche se come abbiamo visto a separarle passa la linea immaginaria del cambiamento di data.

Così se quella Piccola è mezzogiorno di sabato su quella Grande saranno le nove del mattino di domenica.

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Rubicone: Alea iacta est o iacta alea est?

(Rubicone) Articolo scritto da Mos Maiorum per Pillole di Cultura

A gennaio dell’anno 49 a.C. Caio Giulio Cesare rompeva gli indugi e varcando il Rubicone in armi dava il via ufficiale alla guerra civile.

SOMMARIO

È senza dubbio uno degli episodi più celebri della storia tanto che è conosciuto anche da chi di storia non se ne intende proprio.

Nella notte fra il 10 e l’11 gennaio (o fra l’11 e il 12 gennaio secondo altre fonti) del 49 a.C. Giulio Cesare varcò il fiume Rubicone.

Con quel gesto all’apparenza insignificante cambiò il suo destino, quello di Roma e del mondo intero.

Rubicone. Un confine invalicabile

Nel I secolo a.C. Roma occupava ormai gran parte del Mediterraneo e tutta la penisola italiana era ormai romanizzata.

Anche se una parte dell’attuale Italia era ancora suddiva in province (ad esempio la Gallia Cisalpina).

Il confine fra la provincia a nord e il territorio “urbano” di Roma era considerato sacro e inviolabile.

E soprattutto non valicabile dai generali in armi con i loro eserciti.

Questo a difesa della città di Roma in modo che nessun generale potesse entrarvi armato con la tentazione di prenderne possesso.

A Roma era ancora fresca la memoria di quanto accaduto solo qualche decennio primo ai tempi di Mario e di Silla!

A ridosso della Via Aemilia scorreva un piccolo corso d’acqua torrentizio chiamato Rubicone.

Un piccolo fiume che nasceva dalle colline romagnole (intorno a Sogliano) e sfociava nel mar Adriatico.

Quel piccolo corso d’acqua di chiamava Rubicone e segnava il confine fra Roma e la provincia della Gallia Cisalpina.

Rubicone. Un gesto eclatante

Ricordiamo che all’inizio di quel 49 a.C. Giulio Cesare era in aperto contrasto con il Senato di Roma.

Quest’ultimo gli aveva intimato di cedere il controllo della Gallia Cisalpina e di fare ritorno a Roma da semplice cittadino.

Rubicone

Cesare, trionfatore dei Galli, aveva ben altri progetti e rifiutò l’ordine del senato accampandosi nei pressi di Cervia.

Proprio a nord del fiume che segnava il confine fra la provincia della Gallia Cisalpina e Roma.

Dopo aver riflettuto a lungo sul da farsi proprio ai primi di gennaio il generale romano ruppe gli indugi varcando il Rubicone.

Ciò significava andare contro il Senato di Roma e di fatto iniziare una guerra civile.

Rubicone. Il dado è tratto

Alea iacta est (o come riporta Svetonio “iacta alea est”) non è altro che una traduzione latina della frase pronunciata in greco da Giulio Cesare.

In italiano può essere tradotta correttamente con “il dato è stato lanciato”.

O nella formulazione più comune con la frase “il dado è tratto”.

Il riferimento ovvio è quello al gioco dei dadi dove si poteva scommettere finché i dadi non venivano lanciati.

A quel punto non si poteva far altro che aspettare che i dadi si fermassero per valutarne il punteggio.

Così fu per quel gesto, compiuto il quale non vi era più possibilità di ripensamenti o di ritorno allo status quo.

Qualunque cosa fosse successa poi, Cesare non sarebbe più potuto tornare quello di prima.

O avrebbe vinto lui oppure il Senato.

Tutti sappiamo come finì, ma in quella fredda notte di gennaio fu davvero come lanciare i dadi in una partita che per lui aveva il valore della vita.

Rubicone. Si ma quale?

Quasi ventuno secoli dopo quella notte ancora oggi è impossibile stabile con certezza dove scorresse il fiume varcato da Cesare.

Sulle cartine dell’Emilia Romagna è segnato un fiume dal nome Rubicone ma secondo molti non si tratta di quello attraversato da Giulio Cesare.

Piuttosto l’antico fiume dovrebbe essere rintracciato nell’odierno Pisciatello (un piccolo corso d’acqua che scorre a fianco del Rubicone).

Il problema è che le fonti di allora non possono essere così precise da non lasciare dubbi.

E in oltre due millenni i fiumi hanno subito variazioni dovute a straripamenti e piene che ne hanno mutato gli alvei.

E a volte anche spostato il letto in modo significativo.

Dunque a tutt’oggi non v’è certezza se il fiume storico corrisponde al fiume che oggi ne porta il nome, al Piasciatello o a un altro corso d’acqua che scorre nei pressi.

Ma poco importa, si tratterebbe solo di posizionare il punto del passaggio del Rubicone di qualche chilometro più in qua o più in là.

Rubicone. Per sempre nella storia

Ciò che conta è il gesto e il suo significato simbolico, tanto da essere entrato per sempre nella storia e nella cultura popolare.

Ancora oggi si usa l’espressione varcare il Rubicone per indicare il compimento di un’azione che ha più vie di ritorno.

Un passo decisivo che non può in alcun modo essere cancellato.

Persino nella lingua inglese è rimasta traccia di quella notte così lontana dalla terra d’Albione.

To cross the Rubicon” significa appunto varcare un punto di non ritorno.

Andare oltre significa non poter più tornare indietro.

Foto di Clemens van Lay su Unsplash

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Guerra Ibrida (le parole per comprendere la guerra)

(Guerra Ibrida) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Politica e Geopolitica

Da quanto è scoppiata la guerra in Ucraina si sente sempre più parlare di Guerra Ibrida, ma cosa si intende con questo termine in verità?

SOMMARIO

La risposta al quesito iniziale è abbastanza semplice.

Ovvero un mix fra guerra convenzionale, guerra cybernetica, campagne di disinformazione, false flags e ogni altra possibile strategia volta a destabilizzare la parte avversaria, a catturare consensi internazionali e a screditare il nemico.

In particolar modo negli ultimi anni il termine di Guerra Ibrida viene molto utilizzato in relazione alla Russia che ne ha fatto una vera e propria dottrina militare.

Guerra Ibrida. Russia campione mondiale

Non è che gli altri stati non ne abbiano mai fatto uso, tutt’altro.

Ma la Federazione Russa ha ultimamente sviluppato vere e proprie tecniche avanzatissime per portare avanti la sua versione di Guerra Ibrida.

La qualeprevede sopratutto l’utilizzo massiccio di hacker informatici per destabilizzare il mondo occidentale.

Colpendolo nel suo punto più vitale e vulnerabile: la rete delle telecomunicazioni.

Da anni ormai assistiamo a rivendicazione da parte di hackers russi di riusciti o tentati attacchi ai sistemi informatici occidentali, ai sistemi di comunicazione, ai siti istituzionali.

Per quanto ne possiamo sapere noi gli effetti di questi attacchi sono sempre stati marginali, temporanei e non fatali.

Grazie anche alle cyber-difese messe in atto dai paesi occidentali.

Ma di sicuro anche solo la possibilità che possano andare a segno fa di questi potenziali attacchi una minaccia di cui occuparsi.

E dunque un elemento di disturbo per chi, come gli alleati dell’Ucraina, devono concentrarsi sulla fornitura di armi al paese aggredito.

Guerra Ibrida. Confondere l’opinione pubblica

Non solo, la Guerra Ibrida prevede anche la disinformazione dell’opinione pubblica, sia quella interna, sia quella internazionale.

E in questi i russi sono maestri avendo ereditato tale capacità dall’ex apparato sovietico.

Apparato che primeggiava nel fornire false narrazioni dei fatti reali, volgendo a proprio favore ogni situazione.

Anche quelle che palesemente porterebbero a un giudizio negativo nei loro confronti.

Basti pensare a come il presidente Putin abbia descritto l’invasione russa dell’Ucaina.

Non come una guerra ma come un’operazione speciale volta a preservare l’integrità russa dall’aggressione ucraina!

Guerra Ibrida. Diplomazia commerciale

Infine la Guerra Ibrida prevede anche l’utilizzo della diplomazia commerciale per avvantaggiarsi sugli avversari e penalizzare i nemici con accordi specifici con paesi terzi.

Ad esempio, per ovviare alle sanzioni internazionali o per impedire ai contendenti l’accesso a risorse importanti per l’economia o lo sviluppo tecnologico e/o militare.

Nel concreto si tratta di condizionare paesi terzi con accordi commerciali che in qualche modo li vincolano alle posizioni politiche della propria nazione.

Insomma, si tratta dell’allargamento del conflitto a tutti i campi della vita umana, spesso senza nemmeno che le persone coinvolte se ne rendano conto!

Guerra Ibrida
Guerra Ibrida

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Rhapsody in blue, 100 anni fa il capolavoro di Gershwin

(Rhapsody) Articolo scritto da E.T.A. Egeskov per Pillole di Cultura

Il 7 gennaio del 1924 veniva completata la celebre “Rhapsody in blue”, una delle più famose composizioni musicali di George Gershwin.

SOMMARIO

George Gershwin pensò di realizzare un brano che fosse profondamente americano.

Per questo inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi “American Rhapsody” salvo poi optare per il nome che l’ha resa celebre.

Un connubio perfetto fra jazz e musica colta, il brano è senza dubbio uno dei capolavori del compositore nato a Brooklyn.

Rhapsody. George Gershwin

Gerswuin nacque il 26 settembre del 1898 a Brooklyn, cittadina autonoma che soltanto pochi mesi prima era diventata uno dei quartieri di New York.

I genitori erano ebrei di origini ucraine e lituane immigrati negli Stati Uniti.

Il padre originariamente si chiamava Moishe Gershowitz ma poi cambiò nome in Morris Gershwin.

Il figlio da Jacob Bruskin Gershowitz divenne George Jacob Gershwin, passato alla storia come George Gershwin.

Nonostante la precoce passione per il pianoforte il piccolo George non studiò mai seriamente lo strumento.

Prese lezioni di pianoforte solo per un paio d’anni in modo del tutto dilettantistico.

Per il resto imparò tutto in modo autodidatta, soprattutto ascoltando i concerti e cercando di riprodurne le sonorità.

Rhapsody. Paul Whiteman

Fin dal 1917 Gershwin aveva cominciato a scrivere canzoni, alcune anche con un discreto successo.

Il tutto nonostante non avesse una preparazione accademica né alcun titolo di studio musicale.

Nel 1919 con la canzone “Swanee” ottenne il suo primo successo a livello nazionale restando per 18 settimane in vetta alle classifiche di vendita.

Rhapsody

Lo spartito del brano fu stampato con una tiratura record di oltre un milione di copie.

Fu negli anni successivi che Gershwin ebbe modo di conoscere il re del jazz sinfonico Paul Whiteman.

Quest’ultimo gli chiese di scrivergli qualcosa adatto alla sua orchestra, ovvero in stile jazz sinfonico.

Fu da quell’incontro che nacque l’idea di Rhapsody in Blue.

Rhapsody. Il brano

La leggende vuole che il brano sia stato concepito durante un viaggio in treno mentre il compositore era diretto a Boston.


Gershiwn si stava recando alla prima di una sua commedia musicale e pare che lo sferragliare del treno lo abbia ispirato per la rapsodia.

Vera o meno che sia questa ricostruzione sta di fatto che George Gershwin compose il brano in pochissimo tempo visto che doveva consegnarlo a breve.

Pare addirittura che non fosse nemmeno del tutto convinto della bontà del suo lavoro prima di darlo in mano all’orchestra.

Benché il direttore, dopo averlo fatto suonare, si disse sorpreso del fatto che il compositore volesse metterci ancora mano.

Pare infatti che questi abbia esclamato, stupito, come pensava Gershwindi poterla migliorare ancora visto quanto già fosse perfetta.

Rhapsody. Note musicali

Rapsodia in blu è un brano musicale per pianoforte e orchestra anche se inizialmente Gershwin l’aveva pensata per due pianoforti.

Si tratta di un brano che combina mirabilmente musica jazz e musica colta, caratteristica tipica del compositore di Brooklyn.

La composizione della rapsodia combina cinque differenti stili e fu suonata per la prima volta il 12 febbraio 1924 all’Aeolian Hall di New York.

Il brano comincia con un trillo e una lunga scala cromatica ascendente che vede protagonista il clarinetto.

Entra in scena poi il pianoforte e di seguito l’intera orchestra con fraseggi di pianoforte (solista o accompagnato dall’orchestra).

Si giunge quindi al tema maestro dell’orchestra per giungere poi a spegnersi dando spazio al pianoforte solo.

Di nuovo spazio all’orchestra con un Andantino moderato, ripreso successivamente dal pianoforte.

Per giungere poi al ritmo sincopato, incalzante che prelude al finale Grandioso che ripropone il tema principale.

Rhapsody. Al cinema

Come molti brani di successo di quegli anni anche Rhapsody in blue venne preso a prestito dal cinema.

Memorabile l’utilizzo nel film Disney Fantasia 2000 dove fa da colonna sonora a uno degli episodi.

Woody Allen ha voluto la rapdosia come colonna sonora del suo film Manhattan.

La si può ascoltare anche in un episodio di Glee e dei Simpson.

Persino Leonardo di Caprio l’ha voluta per il suo film Il grande Gatsby.

In Italia il brano è stato campionato da Paolo Villaggio che lo ha utilizzato per i suoi film di Fantozzi.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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